Il sonno_azzurro


Dove è imprevedibile l’incontro
e solido il silenzio dove prego
come un morto appena nato
noi ti aspetta
per dire centomillevolte insieme

Fra le stesse consonanti le vocali
luce dopo luce sono nuove
se ogni coppia è la rivelazione
che ripetere è il trapianto dell’amore
dove posare il capo ed una yurta
con la ferita al centro del mistero;

il sonnoazzurro che ci accarezza il viso
che ripara il nostro pozzo benedetto.

Il vuoto meraviglioso

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(. . . )
Con le braccia lievi,
le mani appena inclinate,
sfioravo l’alburno celeste
fra la terra del boscovecchio.

Il bambino si è ritirato
dentro il mantello di rose
la radice della madonnina
per la semina della sua luce.

( Ho pregato tanto ai suoi piedi pulendo il suo volto dal fango, il bambino dai sassi appuntiti;
strofinavo la veste, i suoi fiori, pregavo finché luccicava mandando il mio viso alla gioia. )

Oggi il vuoto meraviglioso
della sua piccola tomba
magenta una lunga preghiera
in una lacrima sola.

La voce del vuoto del Sabato

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Un’unica grande preghiera continua,
con il piccolissimo cuore dell’uomo,
a impastare parole di guarigione
con la sola offerta delle sue labbra
si abbassa a servire chi è inginocchiato.


Non resta il passaggio al centro del pane,
rimane la voce del vuoto del Sabato.
Viene piano, dal basso, la saliva celeste-
non è fulminea la liberazione-
se Lazzaro esce ancora legato,
se potrà camminare disciolte le bende.


“Risorgere allora è un lungo affidarsi?”


È una donna che mette tutta l’offerta
nel tempio, due spiccioli, quello che ha.
Ricorda, si disse, lo spreco fu grande
dove nessuno pensava alla morte,
mentre fluiva l’unguento prezioso
delle giovane sposa sul corpo amato.
Porteremo sul petto all’infinito
i segni, al costato, alle mani, sui piedi;
la morte è nulla verso il profumo,

il suo largo d’aria meraviglioso –


se quella che sembra una tomba soltanto
è il principio bagnato di resurrezione,
una voce nel vento la stessa poesia
di chi ha ripreso a respirare
dal seme disceso dentro la terra


che ci accompagna e lento si immerge
nel battesimo estremo di nostro Gesù.

Piove agli ulivi, signore dei fiori !


Piove agli ulivi, signore dei fiori!

< Il bene più alto ama discendere

sui piccoli semi dei nostri piedi

Così noi siamo il ki delle acque di ieri?


< Le parole da sole non mentono, credo,
sono pulite e primavere;
se l’acqua scioglie rimette insieme,
monda il tuo viso e non compete.

La tenerezza di chi ti bagna

scende da sola
nuda
____
in silenzio.

Cercala sempre nel ventre dei fiori
affonda le mani nei buchi degli alberi –
le piccole gemme dalle tue dita
faranno il nido prima degli occhi.>

Ederlezi

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È stato il giorno del piedeleggero
per un bambino tutto in ascolto
che vede col riso crepuscolare
il dondolio della curva più dolce
portare in seno la primavera.


La bianca e perfetta invisibile traccia,
sull’isola al centro dei nostri meli,
è andata alla gioia con l’ederlezi
schioccando la lingua come i bambara,
nel girotondo più stupefatto
che alza il fango dormiente alla luce,
dallo spiraglio del nonancora
al movimento del nuovo miracolo.

Tu sei un luogo ora padre


Mi hai lasciato con i passi di chi è arrivato a casa
per le ultime nozze giunte al principio.


Tu sei un luogo, ora, padre.


Il grappolo d’oro è di nuovo un vigneto
e il tratto quasi cieco intorno al bianco
fa memoria della tua luce.


Anche oggi nevica dai pettazzurri
e il lieve ricamo che trema sulle preghiere
offre il tuo sguardo, io credo,
il dono del riso dei nostri angeli
con le ali piegate verso la terra.

Come è lieve abbandonare il seno


Come è lieve abbandonare il seno
di una buona madre, e la sua voce
è questa casa immensa che respira
di miracolo nel vuoto. Un lungo passo

ora scalda sull’albera del sonno
il pane sacro del giovane ippocampo-
nostro rosa cedevole di luce,
senza nulla da nascondere alla morte;

fino a scendere alla coppa del bacino
fino all’orlo, che s’illumina e ci accoglie.

Disegno Sofia Rondelli

Harmonia

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__ Spinge…. rallenta
spinge e respira
risucchia il ghiaccio da queste mani
una macchia un puledro il sobbalzo celeste
fra le zampe lunghissime tinte di rosa.
Danza il tuo piccolo trema ubriaco
dalle orecchie ai nodelli così sottili.

Sia lode!…sia l’acqua
sia l’acquacalda
di una placenta che scende dall’hara,
il tributo, il suo lago, meraviglioso,
per quanto silenzio ha colmato le mani
bagnate di rosso profondo granata.

C’è un piccolo cosmo che dentro si espande,
che si contrae nelle piccole oasi
a raccogliere linfa lungo il cammino.

Così ci uniamo e creiamo distanze
amichevoli e monadi universali
folli e concordi
allo stesso progetto
che ricongiunge ogni cellula nostra.

Oh nostranatura sei stata tu?
fatta di abbracci di tempo di cure?

Inizia dall’erba < dicevi > la luce
innamorando lo sguardo interiore,
che adorna il suo capo, affidandosi al suono,
muovendosi accanto come una madre
nell’andirivieni al balcone in penombra
scostando le tende a passi di neve
coi piedi nulli e i polsi leggeri,
facendo strada sulle ginocchia-

è un lungo viaggio fatto di adagio,
con mille foglie dentro le orecchie,
l’interno morbido delle parole,
e la commozione dei frutti maturi
una piccola casa che dondola il legno,
anziane cicogne le sillabe dolci.

Se metti le mani a giumella tra i seni,
se posi il respiro, che nasce dal timo,
col ventre raccogli il profondo del verde
il primo sorriso che nasce alla vera
chiarezza del viso che sfiora la luce.

Segui tua stella < ripeti > è la tua
scrivi armonia con l’acca davanti, con lo spirito aspro che muove all’insieme
i tuoi piccoli arti con le ossa cave intorno all’albera
che in te rimane.

“Mia lucida madre fra i girasoli” e altre poesie di Amina Narimi


DI SESTA E DI SETTIMA GRANDEZZA - Avvistamenti di poesia

Mia lucida madre fra i girasoli

Ti guardo piccola mentre cammini,
vicino alla casa delle formiche
bisognosa di un luogo tutto concreto
di un corpo abitato che sia visibile.

L’intera realtà è così delicata-
e tanto pesante l’immaginazione-
se la trattieni fra le tue mani;

non esiste un confine

quando succhi le dita
agli anelli ancestrali con dentro dei soli
col fiato benevolo
che viene dagli alberi
chinando il capo di sera in sera.

Mia lucida madre fra i girasoli
ti seguo leggera e innamorata
dei fragili azzurri dei nuovi capelli.

Benandanti

Dalle radici si fanno grandi i rami.

Ma quando vanno in cielo troppo presto
non c’è nome per la madre che rimane
nell’ascolto dell’alburno sempre vivo-
non è un’orfana o una vedova- io credo
nello stabat che rimane, che acconsente;

loro sono insieme pietre dure
e uccelle che si alzano nel nulla
sono semplici giumelle queste madri
che…

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