Giganti


almerighi

Photo by Kilian M

I giganti non vivono a lungo,
amano rimanere in ombra
perché non è lecito farsi vedere
solo per vanità di essere osservati,
hanno un cuore troppo grande
lo adoperano senza parsimonia
e mani grandi come piazze,
le loro idee volano in fretta
che sono più vicine al cielo.
.
Amano le nuvole,
la loro testa le sorvola
non è illecito pensare
come saprebbero accarezzarle;
quando torna maggio vogliono
uscire, ma non sanno
com’è fatto il mondo.

*

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Le acquebuone vanno accanto per istinto

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Le acquebuone vanno accanto per istinto
avanzando di ritorno alle radici
e quanto giorno nel togliersi i calzari
di fronte al vecchio mandorlo fiorito.

Se non fosse per le nostre fioriture
di memoria benedetta di speranza,
solo un bimbo potrebbe ritrovare,
con le sorgenti aperte sopra il capo,
il punto dove va un arcobaleno
a toccare la foresta a piedi nudi

fermando il tempo come un buco nero
quando s’inchina nei coni della luce.

Fra il lungo respiro del noce


Da dove parliamo ogni sera
hai ritratto la mano nel bosco
per accogliere la codirossa
fra il lungo respiro del noce
e la gonna colma di fiori –
una fragile forma di orecchio,
solitaria in mezzo alle rose;

dai suoi reni usciranno dei re
bimbi blu fecondi di pioggia

dalla stessa ferita il passaggio
a una lingua talmente sommessa
da non distinguere il suono
che fa benedetto il mio grazie.

Dorme l’uccella al tramonto


Dorme l’uccella al tramonto
rannicchiata sul proprio feto
e una luce posata sul cuore –
un luogo stremato di offerta,
mutevole culla perpetua.

Invisibili le tue pupille,
come la misericordia,
sotto le palpebre chine
sulle promesse dei fiori;
leggere e silenziose
feconde di ogni miseria
allattano e gemono insieme
lo spazio di una preghiera.

Il doppio cuore


Il doppio cuore custodito nella pancia,
coi suoi capelli d’oro, silenzioso,
nel farsi primo sale ha mosso l’aria
dalla nascita continua del tuo nome.

Ti celebro così nel compleanno,
danzando su una lunga annunciazione;
una schiena ancora carica di latte
e il nostro pettazzurro nei polmoni.

La porta stretta, dove s’inginocchia
la sua parte di luce, è quel prodigio
che congiunge le parole casa luce
al destino dell’ultimo sorriso.

Il dolore irrompe come un Dio sepolto dentro

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Gli occhi chiari svelano la pioggia sulla neve di nostre parole.
Ci ha mandato all’abbraciofitto quando hai distinto l’io dal tu posando a terra un solo dito della mano per chiedere : rimani;
il giorno esatto in cui hai accolto il due e una cosa diversa da una stessa,
e la realtà dalla finzione tanto amata.
Siamo andati alla gioia per il tuo primo futuro
che esclamava il babbo arriverà.

Questa notte so che al buio di una tana
sai distinguere il suono inconosciuto
del fuoco di tuo padre
da quello che gli viene contro

e il dolore irrompe come un Dio
sepolto dentro.

Il bambino in fiamme di Robert Southwell


almerighi

Robert Southwell (1561 – 1959)
è stato un presbitero e poeta inglese, appartenente all’ordine dei Gesuiti. Morto martire per la fede cristiana, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica.

Freddo, nell’incanutita notte invernale, quando fui
sorpreso da un calore imprevisto che mi ha fatto brillare il cuore;
alzai gli occhi, sgranati, per conoscere l’origine del fuoco:
un Bambino, bello, in fiamme, lacerò l’aria;
arso dal caldo esagerato, versava fiumi di lacrime
come se potesse spegnere le fiamme appiccate dal pianto
“Ahimè!”, diceva, “appena nato brucio nell’ardore,
ma nessuno scalda i cuori né sente il fuoco tranne me!
Il mio petto perfetto è la fornace, animata da rovi che lacerano,
l’amore è il fuoco, sospiri il fumo, la cenere vergogna e disprezzo;
Giustizia mi alimenta, Misericordia fa esplodere i carboni,
il metallo raffinato nella fornace sono le anime corrotte
degli uomini: per lavorarle al bene mi infiammo
mi consumerò per…

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Quinto nodo all’albera del mio papà


Nove febbraio
Quinto nodo all’albera
del mio papà.

C’è stata una ferita,
ora c’è intimità.
Fa notte e lei trema,
vista di spalle,
ma prima degli occhi ricuce
le cose quiete –
il miracolo di ogni dolore.

Non entra il vento
nel mezzo punto
non scompare la pena.
Più avanti, molto più avanti,
una radura di neve
è il dorso della sua mano.
Le sue dita sono forate
e i fori danno un suono
fra rettangoli azzurri, confini viola,
i fiumi sono fili
sul bianco.

Dà pace guardare.
Piccoli gruppi di tuniche azzurre,
radunate come pesci,
tutte in fiore,
sorelle con cappucci d’oro.
Un obbedisco copre il suono della voce
fra i coralli.

Si cammina per ore
in piccoli passi
la metà del cielo è superata.
Nella manica è scesa l’aurora.