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ederlezi

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passione

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Benandante


Cosa vedono i tuoi occhi, domandavo,
quando vai a fare i fiori degli sposi?
Li accarezzi col respiro di mia madre,
che prendeva sulle braccia le parole
nel tepore della casa, quando è buio?

Oggi so che hai il passo benedetto
di chi resta inginocchiato lungamente
fra il riso e le preghiere quotidiane,
che è una veglia il tuo giardino,
un obbedisco,
che sei nelle tue mani il benandante
di una danza di bambini
e il tremolio
di chi assiste ad un miracolo continuo-

sei dentro al firmamento che si espande
riunendo i corpi, come fa un anello,
dall’intimo dell’acqua al celestino.

keith mallett 2

Siamo stati angeli nell’acqua

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Siamo stati angeli nell’acqua,
piccole stelle dell’alba,
quando ancora le viti erano muschi,
farfalle di mare che andavano alla deriva
sbattendo l’azzurro dei piedi
tra le onde del sole
seguivamo il ronzio genitale dei nostri delfini
i click sordi delle stenelle in amore
nutrendoci degli errabondi, i mangiatori di luce-
di notte facevamo buon conto della neve marina-
Più di tutto amavamo i verdazzurri,
centomille in una goccia di sale,
e i nostri capelli luccicavano a giorno.

Quella notte, la grande notte,
seguimmo una forma di lacrima
che andava a deporre le uova.
Ohh cosa stavamo vedendo
nella buca profonda di sabbia,
bambini! Stretti nella preghiera
ci fermammo
per ordine delle mani
fino a farli sparire.

Il mare si calmò, con l’anno nuovo,
minuscoli pastori cercarono l’uscita
puntarono al largo verso l’acqua nera
portando sul dorso come faville.
Fu allora che le albere presero a far luce,
che ci contammo le ossa, una ad una,
passando le dita a vicenda negli anni,
finché una bambina prese a salire,
con le giumelle educate all’amore,
le nostre timide gole per terra

alzando la neve dal suo libro d’ore
come fa un mattutino all’Ave Maria.

lungo il sentiero di Battedizzo

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È l’acqua nascosta nel piccolo melo
lungo il sentiero di Battedizzo
che in una ciotola di pino argentato
ha impastato col riso i nostri natali.

Ora è un vangelo fiorito sul capo
di quella donna che porta la neve
agli animali del boscovecchio,
con la stessa dolcezza del biancomangiare
quando esce dal seno per un bambino.

Cercala, è sempre, nel ventre dei fiori,
dai buchi degli alberi falla venire
alla tua bocca, con tenerezza-
così fa lo speco con la sorgente,
o la montagna quando una nuvola
le posa sul capo il breve mantello :

l’orgasmo è nel canto del loro incontro
il primosale che sgorga dorato
nell’umida coppa dell’epifania.

 

sempre

La fragilissima


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Mi hai insegnato tu la fragilissima
scrittura sopra i tronchi in verticale,
per salire dalle voci impercettibili,
con le rune delle file primitive,
e a tacere, un anello dopo l’altro,
conservando delle cose le figure.

Trema ancora perché possa rivederti
all’ora delle nascite e rimani,
come fanno le stagioni e il bianco appare,
tra due ciotole di riso, per Natale.

 

Saremo impercettibili, e credevo

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Saremo impercettibili, e credevo.
Con una goccia di seta fra le dita
inginocchiata tra le foglie delle acere
accostavo i loro lembi, con pazienza.
Cucivo la mia yurta, per la neve.

Dirti oggi della voce trattenuta
nell’aria piccola
__________ sarebbe come piangere
in fondo alla parola che hai compreso
sotto l’albera del noce in piena estate.

Ora il velo più bello al suo dolore
sarà il fiato benedetto delle madri
e quel bambino di radice fra le braccia
che domani scoprirai. Lungo il sentiero.
s’inonderà d’azzurro la mia veste
e dalle ossa cave saliranno
filando un ederlezi nella tenda-
come gli esseri che vengono alla luce
dai fondali delle tenebre perenni –
in un bagliore iridescente i nostri semi.

Boscovecchio, 8 Dicembre 2018

yurtamina

L’estasi – John Donne


Poesia in rete

Giovanni Prini, Gli amanti, 1913, Galleria d’Arte Moderna, Roma

Dove, come un guanciale sopra un letto,
la pregna riva s’alza a riposare
la viola dal capo reclinato,
posammo noi, l’uno cuore dell’altro.

Le nostre mani salde, cementate
da un balsamo tenace che ne sgorga,
i raggi degli sguardi s’incrociavano,
gli occhi infilando su di un refe doppio.

Cosí per ora innestare le mani
fu tutto il nostro modo d’esser uno
e concepire immagini negli occhi
fu nostra sola moltiplicazione.

Come tra eguali eserciti la sorte
sospende incerta la vittoria,
le nostre anime (che per allargare
il campo erano uscite da noi) tra noi s’alzavano:

e mentre là negoziavano le anime,
noi giacevamo, statue sepolcrali:
tutto il giorno immutata l’attitudine,
non dicemmo parola tutto il giorno.

Se alcuno, dall’amore raffinato
sino a intender la lingua delle anime,
fatto dal buon amore tutto spirito,
alla giusta distanza fosse stato,

egli, pure ignorando…

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Il morso dell’amore


Quando gli occhi si abituano al buio
si mostra così chiaro fra le dita
il profumo che sollevi con le mani
ripetendo le canzoni delle piante.
Con la pancia sotterranea puoi sentire
le gocce traspirare per offrirti,
da una foglia all’altra, le parole,
con la musica che passa dai capelli
la bianchezza dei fiori per le api
fino al rossovivo per gli uccelli?

Se un morso le ferisce viene nuova,
e gravida, la vita, si raccoglie,
come stormi uniti in volo,
_________________ per un ramo.
Si accendono di notte le radici
innalzando il verde delle foglie
riunendole a preghiera intorno ai fiori
per farne gli invisibili e il riposo
che avevano alla nascita i germogli.

 

angelorosa

Mio giovane sposo

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Mio giovane sposo
a tale distanza dal mare le piogge sono tempeste d’acqua dolce
tra la corteccia e il tronco.
una veste chiara sfilata dall’aria
Tra il legno e il vento c’è qualcosa che hai lasciato-
varcata la soglia, all’angolo di casa-
una scilla montana
dove entra come un bimbo la tua mano
pronta allo splendore
del latte rotondo
un piccolo autunno che possiede un avvenire.
Lascia che ti porti dalla neve
alle sue uova colme di mondo.
Anche noi, al fondo della nostra antichità
ci strapperemo la lanuggine dal petto,
e quando un animale ci avrà rubato il nido
proseguiremo strappandoci la carne,
per tenere al caldo la predetta
con la stessa sostanza del dolore-

tutta l’estate è all’interno del cristallo
-quanto buio necessario alla bianchezza
che non possiamo nominare
eppure un cielo intero
occupa lo spazio del suo fiore-
se il mondo vive in un profumo,
lasciando una fiamma leggera
che svolge nell’ombra
il suo lavoro di luce.

lungo i vicoli del legno


Stringevo fra le mani due fascine,
camminando lungo i vicoli del legno,
con un solo e lento chiaro dentro gli occhi.
Di quel gesto impercettibile ricordo
che rese la distanza incalcolabile.
Ora è il nostro bisso che confonde
le radici con le mani sopra i fianchi
recitando ad ogni albero un perdono

per il fuoco nella casa benedetta
per il buco di calore dove siamo
con le gambe a penzoloni nella gioia.

due fascine