Saliva celeste

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Saliva celeste in ogni suo verso,

come su un ramo che vuole sbocciare

trabocca di vita, appena visibile,

ogni rugiada.  Nel mare purpureo

di questo ricordo lucidamente

le piume di uccelli emersi dal lago,

e una stanza speciale, chiamata silenzio

 

– una porta, vista di fronte, e aperta,

con l’architrave da destra a sinistra

che dava le spalle al fascio di luce;

entrava chiunque, uno alla volta,

in forma discreta – chi aveva bisogno

prendeva del cibo, lasciato in offerta-

allungando la vita di un seme dormiente.

 

Al di là del ponte, e  appena nascosta

nell’oblio materno, sposo dell’alba,

una donna minuscola come un respiro

sfilava dal sesso del proprio compagno

il filo invisibile di una promessa-

                                                  saliva celeste– posandola  piano

sul bianco lucente di una parola,

così tanto profonda

da poterla tacere.

 

Gao Xinjian-

 

 

 

 

 

Pianete

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Quando tace il canto
in madrelingua,
muta forma il destino di una donna
che correva con i lupi del dolore,
mescolando nella storia la poesia

sospinge i fianchi al caldo della casa
di chi ha dipinto l’Ararat in pieno petto,
un cervo bianco coi colori di Hokusai

– sia caverna di un cuore
o l’asse della danza –
ogni fiaba risplende di ginocchia
che nutrono l’inverno, coronate
sul giaciglio magro di Proserpina.

Dall’altro lato della vita le sue mani
ricamano pianete con il bisso
alle spalle del tempo, luminose

vibrando del più semplice respiro
nascosto tra le corde del salterio.

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Immagine: Opera tessile di Marie-Rose Lortner

Tefilláh

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astuccio di vaio - Copia

Basta un nulla per vivere, aman,
barche leggere.

Tu camminavi assorbendo la luce,
doppia, solitaria,
in minuscoli astucci di vaio
legati al capo e alle mani-
culle di fiori, ho creduto,
tĕfillīn per le preghiere,
più tardi- אָמָן,

mangiando chicchi alla morte
come si guarda un bambino.

Per quel poco
impiegavi tutti i tuoi fili
sospesi nel vuoto-
le migliaia di ossa, i resti dei pasti,
i pezzi sottili d’avorio
imbevuti della sostanza segreta,
le molte aperture-finestre
e le volute, ogni Voluta,
da appoggiare nell’aria .

Sapevano andare, sebbene ciechi,
con labbra dolci nel piccolo circolo
dove un colore più intenso
reggeva altri mondi in scintille;

li ho visti adagiarsi e volare,
sul silenzio della tua festa,
nella parte cava della follia,
verso il grande amante sole..

Sapevi che avrei annotato figure?
assegnando un posto a ciascuna,
col valore musicale di una nota
insieme tutte si sono voltate
con la grazia leggera di un canto.
Affondavano lente,
per piccole vertigini,
in un profondo inchino.

Sono venuta qui, a danzare, alla pieve del pino, oggi che il vento è così forte

Albatros

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– Pochi decimi di efa e un grano nuovo,
nella ciotola di biada, al primo anello. –

Ridursi è gioia, nell’arca di uno spazio,
da quando mi hai insegnato a carezzare
come i salici nell’acqua, e lentamente,
se nella continuazione si riflettono,
che i corpi sono lampi di sistemi.
Quando tutto viene avvicinato

 
io sento soltanto la tua voce.
Non è tacere, il mio silenzio,
ma la fonte di uno stare doloroso,
per riceverti-
nel più intimo dei luoghi
che ha una madre-
se cammino dal leone nell’acquario,
per cadere, finalmente,
nella veglia che mantiene il sogno fresco,
quando, oltre le cime, perde la sua luce.

 
Da parte a parte
non sono più individui,
il sale, il bianco, e il velo,
riaccolti nel lucido mistero
di un grande uccello
che attraversa il mare
col respiro quieto di un bambino
mentre dorme.

g.Braque

Il turbamento dell’annuncio

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III

Il turbamento dell’annuncio,
il tu iniziale,
è un refolo nel petto che ti avverte,
e il passo, che lento gli somiglia,
avanza, vicinissimo a trovarti,
così potente da partorire luce,
con quel modo che fa tremar le cose
in una lingua segreta ad ogni altra.

Per scambiare il suono sacro del sinonimo,
che prepara la prima glossolalia,
tenemmo fermo il petto e le ginocchia-
con una eucarestia, nel vaso d’acqua
ricostruendo immagini per gradi,
per luogo di ferite e di servizio,
nel viaggio più notturno, nella gola-

mutando il nostro carcere in un germe,
in un agnello liquido e fecondo,
ricettacolo, infine benedetto
nostro compassionevole gemello.

Con un fremito tacemmo, per pudore,
che nel verde del sinoplo vive il rosso,
una voce, sua ruah, e il nostro uccello
dotato per il canto, ben nascosto.

Fu allora che spruzzammo con la bocca
i primi segni dell’amore rilegato.

Se spingi le tue dita fino in fondo
puoi sentire le incisioni della selce,
trasmesse dal respiro, sulla roccia;

con le ali superiori rosse e grigie,
il bisso d’oro, arrotolato alla conchiglie,
siamo noi, e i nostri organi lucenti,
come piccoli strumenti per il fiato,
s’accordano l’un l’altro, da principio,
al suono antecedente, l’avverbiale.

 

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~ La Genèse

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Risalgo nel candore del cunicolo,
col rituale della stoffa sulla tegola

mi insegni che c’è spazio, ed io ti ascolto.

 

Lo splendore della voce va negli occhi

e ad ogni nota corrisponde un posto.

Con qualcosa che somiglia a un cerchio

lo splendore della vista va all’orecchio,

creando il tempo e.. per la prima volta,

lo splendore dell’udito va allo spirito,

portando dentro il cuore  il tuo respiro

e lo splendore del respiro al primo soffio,

dilaga nei polmoni di un neonato.

La terra del mio poema


“Da quale vento sei giunta?
Dimmi qual è il nome della tua ferita e saprò
su che strade ci smarriremo due volte!
Ogni palpito in te mi fa male, mi riporta
a un tempo di leggende. Mi fa male il mio sangue,
il sale… e mi fa male la vena.
Nella giara infranta le donne della costa siriana
lamentano la lunga distanza,
arse dal sole d’agosto. Le ho viste
sul sentiero della fonte prima di nascere. Ho udito
la voce dell’acqua piangerle nei cocci:
risalita alle nuvole, i giorni tranquilli torneranno.

La dimora del tempo sospeso

Verde la terra del mio poema, verde e alta…
Mi appare dal fondo del mio abisso…
Sei straniero, nel tuo significato.
Ti basta essere là, solo, per diventare tribù.
Ho cantato per pesare lo spazio sprecato
nel dolore della colomba,
non per spiegare ciò che Dio dice all’uomo…

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ombre sonore

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georges-braque-au-couchant-(oiseau-xvi)

Grido e annuncio
le rondini oltre il fiume
Vespro e alba

 

Abbiamo il sonno leggero di un uccello,
nell’allevamento degli scriccioli fatati,
la memoria delle nocciolaie.
Becchiamo insieme frammenti
di rotola-campo sul selciato
poi come la berta, la minore,
trascorriamo tutto il giorno a mare
e passeri corna_bianca per la sera
sappiamo ritrovare la casa
Tu con la narice del sole

con la sinistra, io, l’umida-lunare
Ricordi aman? m’insegnavi il rumore dell’oceano
tra le correnti d’aria
le frequenze dei canti delle balene.
Ed ora al mormorio degli stormi
quando sorvolano tutti insieme lo spazio
sopra il posatoio
uniti e ordinati come cristalli di fiocchi di neve,
Il nostro corpo nero in un’ombra sonora
si accende di rosso o di blu.

Ederlezi

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ederlezi

Sa me amala horo, horo kelena

Sa come aprirsi nell’inferno
il canto degli angeli che amiamo-

risalendo lungo il pozzo un fiato caldo
per raggiungere la gola e dire ancora
same amala oro, oro kelena –

Le loro mani bianche danno frutti
leggendo sul labiale il nostro nome

Non possono che questo, in fondo al campo,
non altro che cantare l’ederlezi,
nel buio che va dal primo vento
al caldo dei colori in tutto il corpo.

E’ l’odore di un fieno che si espande
al grido amaro-dive, dive kerena

alzando con i semi una canzone,
dal profondo della pancia, e lentamente,
quasi fosse un suo risvolto, con amore,
come torna a trattenersi nel respiro