Il tuo nome


Ti credo un minuscolo infinito,
che ha viaggiato a lungo aprendo la notte
in un giorno bellissimo,
per accogliere tanto flutto
fra le tue pupille adorne di sale;
la scia della tua grazia,
avvolge, come un nido le sue nozze,
la giumella vuota che portiamo.

Sollevi adagio il mio capo,
allarga l’ombra, il tuo nome,
come l’albero più antico a Monte Sole,
che tiene le sue cime nella luce.

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Sulla fiamma di una candela

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Sei tu che mi domandi nel sonno senza sogni :
dove vanno a morire tutti gli uccelli?

Io non so schiarire la stanza
fra le tue mani e il custode dei nidi,
ma col libro di Bachelard sulle ginocchia,
illuminato da una candela,
vedo gli splendidi uccelli del fuoco
prendere il volo dal ceppo dell’albera,
che ha riparato le nostre vite,
al cuore perfetto della dimora.

 

g. BRAQUE

G.BRAQUE

Immagine G.Braque

Nella voce delle voci la più antica


Se si abituano le mani alla penombra,
e il magenta diviene silenzioso,
tremenda come il sole, non c’è punto
che non veda in chiaro, la tua vita.

________ Eppure tu consideri mortale
________ l’eterno delle cose più remote.

Nella voce, delle voci la più antica,
è nascosta una sacra piscina,
dove tutto respira, io credo,
tutto ringrazia-
così tu, e questo mistero,
che filtra ininterrotto da una tenda
di perline mosse per il vento,
versate luce fresca nella mano,
solo poco fa ancora vuota.

Se scrivi che muore ogni cosa
rifletti altre vite, per terra,
la dote di eterno, che siamo
una gemma dell’albero ombroso-

sposa non sposa silvana
della nostra minuscola yurta.

 

M.Chagall

Immagine M.Chagall
Song of Songs

Il nostro credo


Se non bruciasse tanto il tuo saluto
non farebbe questo lume ininterrotto.
Se la vita ti ha disperso silenzioso
una yurta ci raduna, ancora e sempre,
nella sua spirale antica dentro al cielo.

Quando il canto tace in madrelingua
e mi rannicchio al buio sulla soglia
tu mi sfiori, e benedetto il tuo mantello,
spingendo i fianchi al caldo della casa-
dove corro al saltimbraccio con il peso
di tutta la tua luce quando preme,
con costole dell’arca, sui miei seni,
muovendo in circolo le dita come perle
salvate in fondo al mare dell’inverno.

Se scivola dall’occhio di chi sogna
una lingua viva e tanto ferro,
scompare in sangue buono, tra le vene,
come un fiume di portata il nostro credo.

Tutti cadiamo


Le foglie cadono da lontano, quasi
giardini remoti sfiorissero nei cieli;
con un gesto che nega cadono le foglie.
Ed ogni notte pesante la terra
cade dagli astri nella solitudine.
Tutti cadiamo. Cade questa mano,
e così ogni altra mano che tu vedi.
Ma tutte queste cose che cadono, Qualcuno
con dolcezza infinita le tiene nella mano.

Rainer Maria Rilke, Autunno
Da: Il libro delle immagini

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ascolti amArgine: A Hard Rain’s A-Gonna Fall – Bob Dylan (1962)


almerighi

Scritta al tempo della crisi dei missili a Cuba nell’ottobre del 1962, secondo molti si riferisce al fall-out atomico, la caduta come pioggia delle scorie radioattive in seguito all’esplosione di una atomica. Probabilmente, però, come sottolineato dallo stesso Dylan in più di un’occasione, la canzone trascende questa semplice interpretazione pur confermandola, per assurgere ad un significato più universale e ricco di sottintesi biblici e cabalistici (come l’uso di numerazioni inusitate tipiche della Bibbia: “Ho inciampato sul fianco di dodici montagne nebbiose, ho camminato e strisciato su sei strade tortuose, ho camminato nel mezzo di sette tristi foreste, sono stato di fronte a dodici oceani morti…”).
È sicuramente una delle canzoni di Dylan maggiormente influenzate dalle visioni apocalittiche di molte parti delle Sacre Scritture.

Versione italiana di Riccardo Venturi
UNA DURA PIOGGIA CADRÀ

E dove sei stato, figlio mio dagli occhi azzurri?
Dove sei stato, mio caro ragazzo?
Ho inciampato sul…

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Capomese


È una strada con pochi pianori
che disegna il mio capomese-
per ognuno un giardino e la Geenna
per ognuno una piccola lacrima,
come fosse una lettera chiusa,
dove adagio riprendere il fiato
che sospinge da tutte le parti
le ginocchia e i pronomi da soli-

con pelli di montone tinte in rosso
e lana azzurra, per essere al tuo fianco,
per scoprire la spirale della retta,
e la bontà nella pancia della lupa,
posta a guardia luminosa del mistero.

Dove ancora non osiamo far l’amore
ho portato l’oliobuono per Lalùz,
le tue pietre, che devo incastonare,
per il dorsale e per il pettorale.
Formerò i covoni, domattina,
districherò i capelli delle piante;
per offrirti il mio Sabbath ho riposato,
non ho tagliato non ho scritto o cancellato,
ho condotto unicamente alle Stazioni
delle immagini In forma di parole –
quel tuo libro dalle pagine brillanti
come il melo tra le albere del bosco-

dove scorre percepibile la voce,
fra le tre che non possono sparire,
è casa nostra l’alburno separato
al principio dell’eterno matrimonio,
tabernacolo per l’ultimo sorriso.

 

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Avevi degli angeli alle labbra


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Un solo giorno ancora da colmare
sostiene il tempo sull’orlo della vista.

Ecco il vento dei sei anni tra i miei seni
fra tue ninive amate – nella stanza
ti porgevo l’acquabuona sulle garze
tu le alzavi fino al viso inesistente
aprendo le tue mani come ali
afferrando come un’aria di cristallo
e un peso, dal deserto della gola –

so che avevi degli angeli alle labbra
egrette sacre che bevono nel nulla.

27 Agosto 2012 _ 2018

Con una lacrima sola e perfetta


Pensi davvero che un uomo da solo abbia inventato la ruota o le ceste?
Lungo i pendii rotolavano pietre e tutti gli uccelli tessevano nidi.
Così, in mezzo agli odori di un luogo speciale, forse entrò un angelo, un antenato,
dentro la vita, da un’albera o un orso, posando un’immagine al centro del cuore-
la più duratura- poi piano scomparve dietro l’amato mistero di Hundra?
è come un’aria che lievita il pane, o un fuoco che illumina un punto preciso,
tra la mano e una pietra appena scolpita. Io credo al sigillo dell’angelo- impresso
tra il labbro di sopra e la conca del naso –
al lento inchino di un vento sottile, che tenne acceso il lume votivo
fin dove i bambini, nostri gemelli, scesero in cima alle ultime voci
con una lacrima sola e perfetta, restituita ai nostri occhi.

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senza parole


almerighi

avviamoci a dormire,
ci salvi l’irreprensibilità dei sogni
muti e bianco e nero
senza parole, altrove è lo stesso:
qualsiasi romanzo è un artificio,
la civiltà non ci ha resi migliori,
ogni giorno mandato dal calendario
ci svela squallidi, famelici,
quando sarebbe necessario invece
migliorare lo stato di veglia,
sentire le radici,
la pianta svelare l’utilità
in ogni sepoltura, ma ci salvino
i nostri morti,
appollaiati sulle spalle
a sorridere di errori ripetuti:
la storia è questa, non insegna
a dividere equamente per ognuno
acque lucide, pescose
non si vuotino le culle,
rimangano uomini e donne
tutti gli uomini, tutte le donne
a splendere, cantino
ogni giorno, la pietra resistente
su cui poggiare il capo, dove
finalmente dormire

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