Mio giovane sposo

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Mio giovane sposo
a tale distanza dal mare le piogge sono tempeste d’acqua dolce
tra la corteccia e il tronco.
una veste chiara sfilata dall’aria
Tra il legno e il vento c’è qualcosa che hai lasciato-
varcata la soglia, all’angolo di casa-
una scilla montana
dove entra come un bimbo la tua mano
pronta allo splendore
del latte rotondo
un piccolo autunno che possiede un avvenire.
Lascia che ti porti dalla neve
alle sue uova colme di mondo.
Anche noi, al fondo della nostra antichità
ci strapperemo la lanuggine dal petto,
e quando un animale ci avrà rubato il nido
proseguiremo strappandoci la carne,
per tenere al caldo la predetta
con la stessa sostanza del dolore-

tutta l’estate è all’interno del cristallo
-quanto buio necessario alla bianchezza
che non possiamo nominare
eppure un cielo intero
occupa lo spazio del suo fiore-
se il mondo vive in un profumo,
lasciando una fiamma leggera
che svolge nell’ombra
il suo lavoro di luce.

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lungo i vicoli del legno


Stringevo fra le mani due fascine,
camminando lungo i vicoli del legno,
con un solo e lento chiaro dentro gli occhi.
Di quel gesto impercettibile ricordo
che rese la distanza incalcolabile.
Ora è il nostro bisso che confonde
le radici con le mani sopra i fianchi
recitando ad ogni albero un perdono

per il fuoco nella casa benedetta
per il buco di calore dove siamo
con le gambe a penzoloni nella gioia.

due fascine

 

Dico sì all’itinerario

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Dico sì all’itinerario,
a te che sei confuso, agli occhi di ogni albero,
alle garze di mio figlio, posate sulla schiena,
dico sì,
______________________ alla sua apnea,
al pettazzurro,
volato via per la paura, dal silenzio della culla
alla voce relativa del mio Dio;

all’albera del noce dico grazie
alla pancia della sposa,
che risale innamorata la sua vera
comunione.

AMINA

Rayuela


Preparata come un cesto d’erbafrutta scese in piazza alla festa del tartufo
per scambiare la farina di castagne coi libri più sapienti e profumati.
Fra i seni di barbera e gli occhi brilli, di un profondo inesauribile, saliva,
dal ventre delle mucche rilucenti, il pan di Napoli alla bocca gelsomina-
dopo avere arrotondato i larghi d’aria nella stalla, fra le greppie, i più ostinati,
fece belli dalla carne all’erba zitta il grano con un amen, stupefatti-
con i grappoli di ghiande innamorate mostrava le sue clivie per splendori
dove i nomi hanno i mesi fra i più belli.

< i nostri piedi sono orecchie di ederlezi ! >
-giubilava con l’argilla sotto l’albera-
se nudi siamo il cielo e tu me stessa
non c’è osso non c’è carne che non sia
messa insieme con saliva d’alchemilla >

e minuscoli pastori, le sue mani,
pitturavano sui muri del mercato
l’ortobimbo luminoso e una giumella.

Fu allora che la pelle andò in rayuela-
nel sentire dentro il nome ripetuto
l’aperto che hanno gli occhi delle bestie-
il miracolo salato che battezza
nel verso inesauribile di un’upupa
davanti al proprio simurgh benedetto.

La mandorla di luce innamorata
cantò quel giorno, più del paradiso,
a millemila matrimoni nella pancia,
andando al blu di gioia tassativo,
dall’ombelico al timo nel profondo,
col viola del turchese come pioggia
sul celesterossovivo degli sposi.

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Quando il melo offrirà la sua luce


Quando il melo offrirà la sua luce
capirai come un albero solo
sia il credo di un solo universo.
Allora non morirò mai più,
dicevamo, negli alberi cavi
posando lentamente il nostro nido
sullo stabat, in cima all’Appennino.

Fatalità del ventre, colpo d’ala
una notte d’occhi grandi in cui vedere il cuore,
nel mistero d’impartirsi, leggerissimo,
buttando fuori l’aria dalle ossa.

Più di un’impronta fu tutto il respiro,
tintura, che si acquieta fino al bianco,
nelle mani, fino a renderle radici
e marenostrum – La natura
non fa nulla bruscamente,
dove credi un salto è l’ignoranza –
Se ti fermi la vita pare oscilli ancora incerta
sulla propria volontà di pesce o uccella;
guarda come resta a sangue caldo
la più mite tribù dei lamantini
o quanto manca al respiro di un pinguino
per essere il perfetto di ogni pesce.

E casa nostra? Dov’è il muscolo possente
che unisce con il petto la sua spalla?
La forza rilegata del vestito d’erbe
è il nostro corpo? Tutto un petto che comprime.
Siamo noi quella pressione con il seno
e col respiro. Per un uovo!
Per un uovo.

Meravigliosa noce, mandorla di luce
l’interno della piccola bambina
è così grande,
nell’ultima e più intima spirale lei ci chiama
e la goccia di magenta è un mare rosso
tra lo spazio che viviamo e il mondo accanto
per volare all’ederlezi dei bambini.

Lucia


Lucia carezzava le piante
con il sesso
delle parole più corte sulla terra,
districando i fili lunghi dei capelli,
in ginocchio ripeteva una preghiera
dalle radici al centro di ogni fiore.

In un respiro ho raccolto le sue lettere
alla pozza verdemare preferita
per sentirla piantata fra le zolle
mentre allatta le verbene a seni dritti-
per l’acquabuona che risale con dolcezza
nel ventre di qualcuno che lei ama-

e tra le ossa cave del suo credo
la linea alba che mi fa volare.

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Il riposo più lungo del sorriso.


Felicità di respirare
figlia della gioia del respiro
la volontà di parlare
fatica a nascondersi al fiato
e, presa dal soffio, l’aurora verbale
rilega il silenzio al biancore
dei campi di riso immaginari.

Ohh! per quanto tempo si videro ancora
nel fiore perfetto. Era un dito,
ciascun gambo, un dito delicato
per loro, una luce. Nell’etere
fu certo il mormorio di un invito
a rendere il sonno più dolce
profondo. E nel suo andare da pastora
a quel tempo si mostrava la chiarezza
di una polvere impalpabile sul viso –
non il dittamo o un pianto solitario,
covava le sue ali, camminando-
un mescolio di pace con gli affanni
cantò per la nidiata e la foresta;
fra gli olmi sempre sposi delle acacie
e gli oleandri,delle giovani cipresse,
sotto i ginestri invece riparava
le antiche sepolture dall’oblio,
con piccoli roseti per ognuna.

Cadeva la sera
e le svelava il nome di ogni fiore,
i nascondigli degli insetti, la storia delle millemila
piante differenti di zucchine.
Ed io.. io sparivo, nei solchi del suo grano,
fra le spighe mature del racconto,
per finire incantata nella bruma
del velo grigioperla della barba
che lasciava trapelare dal respiro
il soffio ancora tiepido di un bacio,
quando reca in sé, nel movimento,
il riposo più lungo del sorriso.

 

sofia rondelli, doppio dialogo

Disegno Sofia Rondelli

Credo in te

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Credo in te, che sei nella mia pancia,
come un Kogi nei picchi della neve,
e a mio figlio, che è lassù. Nell’altra terra
piangevo alla partenza degli storni,
mentre ora seguo il fiume del tuo nome,
un luogo in più che porta alla radura
dei cespugli, così tanto verdemare

da apparire delle anime che tornano
ciascun ramo, un’ala delicata
delle gole trasparenti che respirano.

L’avremmo detto un giorno, sottovoce,
al felice movimento fra i capelli,
dell’istinto del volo e della veglia,
in quale organo si fosse riposato
il sentimento che ora ci solleva

producendo l’aria buona che sa il nibbio-
con la stessa commozione di chi guarda
i bambini quando mutano in uccelli.

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