La grazia dei resti

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___________ Un solo lume
___________ oscura tutto il mondo
___________ Tu lo rischiari

Un ciocco di quercia, la conca del vino.
Domani era il giorno del pane
dei bimbi bendati intorno al camino
a batter le molle per le sorprese-
sulle labbra dorate l’Ave Maria
l’Ave Maria del Ceppo.

Per nonna era il giorno dei resti
del fuoco, il suo grandegiorno;
una buca al campo del grano
un piccolo pugno per le tempeste
e l’ultimo, il benedetto,
riposto in un luogo segreto.
Lo riaccendeva per dare forza alla nascita
dei suoi bachi da seta.

Al mare le maree, ad ogni stufa un largo d’aria
a nonna la grazia della cenere.

Amina Narimi

La noce d’oro

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Sei venuta nel sonno senza sogni
fasciata di nero e d’azzurro.
Le spalle coperte dal vento.

Resta ancora un lembo alla Certosa
una strada sottile
nel giardino del corpo
con le rughe gentili e le mani
ultimo segno di religione.

Quanta calma nel petto conduce
dove i nomi hanno mesi bellissimi.
Diventa un pane
dietro il velario
la tua Noce d’oro.

Amina Narimi

Cristina Campo diviene invisibile nella notte tra il 10 e 11 Gennaio 1977.
Vive nella terra della Certosa di Bologna.
Oggi sono stata da lei.

“…Credo del resto che questo tempo di prova sia una cupola inarcata su tutti, sia iscritto infine nella carta del cielo che dovremmo veramente, per durare, tenere tutti la mano,
con pensieri di luce..”

Cristina Campo

Nell’umida coppa dell’epifania

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Nessun ricovero al boscovecchio
disadorne le stanze nel freddo.
Una sola giumella apre gli occhi
offrendo il miele dell’aria;
nel mantello l’annunciazione
di tutta la primavera
e sull’isola al centro del cuore
il più grande amante, il sole.

Anche tu, che sei della brina il gigante,
ti sciogli in tenerezza
se non osi nemmeno sfiorare l’ombra lunga della sua coppa –

lì dove ha preso rifugio
il benandante dal pettorosso
e nella sua timida bocca
cinque rune del biancomangiare
per profumare la sposa.

Per il nuovo nato

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Prima del sole e con gli occhi bassi
carezza il vischio che non tocca terra
pianta un’albera per il nuovo nato
e con le mani ferite dal ginepro
con l’amaro dei suoi frutti sulla lingua
fa un rametto nella stalla per le bestie.

L’amore non può chiudersi
come impara a fare una ferita;
la morte piccola
che ha preso l’anno vecchio
è il nostro frutto
in cui ha avuto amore,
e quella grande
che ci portiamo dentro
è la sua luce
che va bevendo il succo.

Ci attraversa il magenta stanotte

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Ci attraversa il magenta stanotte
senza lasciare una traccia.
Siamo acquabuona io credo
che non frena la luce per grazia
nel luogo dei luoghi dei corpi,
il più semplice, ogni Natale.

Un tempo non sapevo come fare,
sui coni e i bastoncelli, le figure; disponevo appena il corpo lungo i raggi
percependo un movimento di scintille.
Poi il vento favorevole di un libro
mi condusse alle andamane dai bambini
che vedono ogni immagine perfetta
stringendo gli occhi fitti dentro il mare.

Ora nuoto verso la tua voce
e tutto il miele che riporti sulle labbra
nel largo d’aria disegna la tua veste
fra spicole di chiocciole e cipresse –
preziosi scarti fra l’orecchio debole
e rocce fiore che chiamo le mansuete.

Sul velo d’acqua dei miei occhi stretti,
con la sacra tenerezza della neve quando si fa alta sopra l’erba,
sei tu che porti ancora il buon Natale
e questa madre piccolissima
alla luce.

È mattino pieno in questa notte

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Io ti starei in pancia, figlio mio,
appoggiata al cuore sacro del tuo nome
con lo sguardo stupefatto e senza peso
giacendo indistinguibile e morendo
prima di raggiungere la grotta.

E’ mattino pieno in quella notte
dove andrei se avessi voce, per Natale,
non conosce tregua nel respiro
la mano che ripete un solo verso
dal lembo di silenzio al rosso vivo
lo sguardo nudo
che solo porto in dono
è una luce rovesciata piccolissima
che ti sente deglutire ad ogni passo
per essere ogni cosa quando cresce.