La stretta del suo petto nel respiro




Occorre un’ombra che limiti il bagliore
se Nostrasera ha nascosto le parole
con figure dai cappucci scuri-
perché il bianco agli occhi arriva prima
per evitare la forza della luce-

sono cappucci morbidi di lana
che le faranno entrare lentamente
a spiccare l’interno delle ossa
a farle cave e i nostri gusci voleranno
per baciare il morso d’oro di ogni
mela
la stretta del suo petto nel respiro.

Amina Narimi

La benedetta


La valle sospesa nel corpo stellare.
Fiorisce le spalle
la voce che manca.
L’eco risale di un lento respiro
l’altezza di un’albera
il peso di un pane.

E non c’è nulla di misterioso;
abbiamo danzato nei giorni ventosi,
riarsi dal freddo,
segnando una mappa
coi grani semplici di un’unica vera,
perché rimanesse sposa del tempo,
la benedetta, a crescere i fiori
radice dell’ordine ai nostri polsi.

Se nella porziuncola fatta di resti
si è arrotolato il nostro cammino,
i suoi anulari dentro la stanza
sono il passato del lungo inchino
di fronte alla casa dei benandanti.

Sulle nostre ginocchia coronate


Prima ancora di portare la tua mano
avvolta in lana azzurra sul mio capo,
cosa eri appena sotto le parole,
se ora la tua voce apre le porte
a tutto ciò che viene benedetto?

Quando scendi come un’acqua fra le dita
confondendo la giumella in un orecchio
riconosco come il passo di mia madre
il vapore che si alza dal tuo viso;
prima ancora di quest’ala e la sua gola,
il mantello del tuo corpo avanza solo
con l’aria buona che sta intorno alle vocali.

A un atto magico io credo, alla sua luce,
fra le calde maestre delle mani,
se hai dato vita alla figura di un bambino
che respira con gli occhi di chi vola
sulle nostre ginocchia coronate.

Amina Narimi

Luca Gamberini, “Schizzo d’autunno” e altri testi


POCHI AMICI * MOLTO AMORE :: Il blog di Carmine Mangone

Le parole di Luca sono un acquerello che tende a sbavare continuamente il suo bisogno di tenerezza. Non dicono la protervia del desiderio, né il nichilismo degli imbecilli istruiti, bensì la bellezza di un respiro comune delle cose. Aprono timidamente la porta all’affetto che ci tende la mano ad ogni sorriso, ad ogni disdetta della superbia. Proprio per questo, resto molto contento che mi abbia fatto dono della seguente manciata di testi. I poeti che poetano e basta non vi si ritroveranno, je crois. Io invece mi ci perdo ad ogni svolta, ad ogni indecisione della poesia. Grazie. [Illustrazioni di Kamil Vojnar.]

Schizzo d’autunno

A volte sogno di essere un uomo
sguardo incravattato, adiacente
a una modesta barba bianca
ma ciò che vedo non è autentico
è come un pensare a chi eri
o a chi sono stato quando ancora
mi volevi padre di una idea, poi
mai inseminata…

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Giganti


almerighi

Photo by Kilian M

I giganti non vivono a lungo,
amano rimanere in ombra
perché non è lecito farsi vedere
solo per vanità di essere osservati,
hanno un cuore troppo grande
lo adoperano senza parsimonia
e mani grandi come piazze,
le loro idee volano in fretta
che sono più vicine al cielo.
.
Amano le nuvole,
la loro testa le sorvola
non è illecito pensare
come saprebbero accarezzarle;
quando torna maggio vogliono
uscire, ma non sanno
com’è fatto il mondo.

*

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Le acquebuone vanno accanto per istinto

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Le acquebuone vanno accanto per istinto
avanzando di ritorno alle radici
e quanto giorno nel togliersi i calzari
di fronte al vecchio mandorlo fiorito.

Se non fosse per le nostre fioriture
di memoria benedetta di speranza,
solo un bimbo potrebbe ritrovare,
con le sorgenti aperte sopra il capo,
il punto dove va un arcobaleno
a toccare la foresta a piedi nudi

fermando il tempo come un buco nero
quando s’inchina nei coni della luce.

Fra il lungo respiro del noce


Da dove parliamo ogni sera
hai ritratto la mano nel bosco
per accogliere la codirossa
fra il lungo respiro del noce
e la gonna colma di fiori –
una fragile forma di orecchio,
solitaria in mezzo alle rose;

dai suoi reni usciranno dei re
bimbi blu fecondi di pioggia

dalla stessa ferita il passaggio
a una lingua talmente sommessa
da non distinguere il suono
che fa benedetto il mio grazie.

Dorme l’uccella al tramonto


Dorme l’uccella al tramonto
rannicchiata sul proprio feto
e una luce posata sul cuore –
un luogo stremato di offerta,
mutevole culla perpetua.

Invisibili le tue pupille,
come la misericordia,
sotto le palpebre chine
sulle promesse dei fiori;
leggere e silenziose
feconde di ogni miseria
allattano e gemono insieme
lo spazio di una preghiera.

Il doppio cuore


Il doppio cuore custodito nella pancia,
coi suoi capelli d’oro, silenzioso,
nel farsi primo sale ha mosso l’aria
dalla nascita continua del tuo nome.

Ti celebro così nel compleanno,
danzando su una lunga annunciazione;
una schiena ancora carica di latte
e il nostro pettazzurro nei polmoni.

La porta stretta, dove s’inginocchia
la sua parte di luce, è quel prodigio
che congiunge le parole casa luce
al destino dell’ultimo sorriso.

Il dolore irrompe come un Dio sepolto dentro

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Gli occhi chiari svelano la pioggia sulla neve di nostre parole.
Ci ha mandato all’abbraciofitto quando hai distinto l’io dal tu posando a terra un solo dito della mano per chiedere : rimani;
il giorno esatto in cui hai accolto il due e una cosa diversa da una stessa,
e la realtà dalla finzione tanto amata.
Siamo andati alla gioia per il tuo primo futuro
che esclamava il babbo arriverà.

Questa notte so che al buio di una tana
sai distinguere il suono inconosciuto
del fuoco di tuo padre
da quello che gli viene contro

e il dolore irrompe come un Dio
sepolto dentro.