Ambra..


Pregai tutta la notte nel libro d’ore.
Seguì una mattina molto limpida,
un viso chiaro.
Forse non mi sentì. In principio.

Poi vennero le cose,
le cose buone,
nella sacca per le offerte,
la montagna, una cascata, l’albero
e i quattro nobili.
Con l’anima coperta di paesaggi,

da un altro luogo,
non avrei visto i fiori sottoterra,
come un giorno che spunta
dal nero puro all’acqua.
Da lontano, non altro che così,
ti sei offerto.
Nell’incertezza benedetta del vangelo,

ora, posso dirti solo come luce,
nell’estrema povertà originale,
e come va,
nel patto doppio del crepuscolo
lungo i vicoli del legno,
l’ambra, che tiene il fossile
con la nostra veste da bambini,
compresa nel suo grembo.

 

 
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Sulla lettera iniziale di Pesah

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Sulla lettera iniziale di Pesah
corre un piccolo gruppo di tuniche azzurre,
torce luminose con cappucci d’oro,
e tutta l’età del mare,
bocca a bocca

chiude la tenda un panno morbido di lana.
Una coppia prega, dentro,
si raduna come un pesce,
tutta in fiore, fino al seme,
per l’offerta di conchiglie
e le tre madri. Nella gola

mescolanza d’erbe, di oli santi
nel palato, e sulla lingua
come un canto,
lo stesso del sale quando brilla
sopra i denti,
consonanti inclinate fra le labbra.

Parole sorelle, messe in luce,
di pochi decimi di efa
e un grano nuovo,
al centro della stanza,
come allora
-eravamo nuovi e tutti insieme
antico suono,
nello stesso luogo delle bestie,
a cospargere il secco di rugiada,
fin giù, alla benedizione dei granai,
con una ciotola di biada e al primo anello
il nostro orecchio sulla pelle degli aranci-
con lo stesso sangue,
fa di me la tua mano,
spezzando i vasi rossi dell’ultimo raccolto,
io sono insieme
e obbedisco,
mentre il fiume copre il suono della voce
sul fuso delle dita, alla tua grazia

seppur sfiorando il nulla,
sono insieme,
e la tomba è vuota.

 

Cheval, Jean Luc favero

Sulla creta dei sentieri

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Discendo poco a poco nel ricordo,
che la luce scopre a balzi, come ora,
sulle nostra ginocchia separate,

quando è raro sentirti respirare.
È una mandorla la macchia sul destino,
e l’unica che veglia senza lume,
che resiste alla spinta verso l’alto,

danzando fedele alle sue leggi.
Un lieve salmo ti protegge il cuore-

anche se a stento so che te ne accorgi-
per come tace dove va morendo al niente.
Levando nuova luce sopra il viso

vedremo insieme compiersi, in un angolo,
l’anello primigenio, il nostro fiore,
congiungere la notte col suo latte,
risorto sulla creta dei sentieri

Dove siamo rimasti


Assimilo nel buio la tua luce,
te la offro come cibo,17264237_1827559997568057_2858569597621325119_n
ripetendo: io-te,
il desiderio di contatto,
di pulviscolo, uno sguardo,
dove siamo rimasti
senza braccia-

Se avessi tolto prima la cornice
ti sarebbe apparsa nel perimetro la tela
con il colore originale dello sfondo,
il rosso carapace della cocciniglia,
dove tutto si trasforma e viene fuori
lo splendore della vista, nel ritratto
di ceneri e silenzi, fioriture,
una stradina verde per l’anticipo del vento,
l’adagiarsi di ogni lembo, e solo dopo
l’arrivo delle mani, dappertutto,
il lungo viaggio delle voci
avanzate di ritorno, le scoperte,
gli accostamenti alle pareti,
le praterie, il tuo volto,
nella stanza dei tesori –

gemelli muti con l’addome magro
addormentati sul volume di preghiere.
Appena fuori i nostri corpi

la sera è l’abbozzo
di un’ala che cresce,
braccia,
alla luce di domani.

 

 

Nella casa del pane

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Conducevo il bestiame ai falò,
nella casa del toro,
il grande cervo alla sua sposa.
Mi portavi dentro maggio,
con le bacche di ginepro e di lillà
nell’orifiamma impuro della chioma,
e, aprendo il grembo dei colori,
penetravi con audacia,
palpitante di io sono
Aman

Se tocco con le ceneri la bocca,
così limpida diviene la memoria,
e la voce rifiorisce dalla terra
mangiando il vino più profondo del pensiero-
il femminile cinge il forte
verso l’osso,
per andare al centro della rosa
rompendo il guscio al mistero dell’estate

-Nella casa del pane occorre fame,
come linfa dopo ogni regressione
nell’occulto dell’ inverno. C’è un Sabbat
nella partenza di Beltane,
che anticipa l’aurora:
da un’altra altezza si può amare
prendendo ancora il volto
che avevamo.

Tu vieni prima degli occhi


Tu vieni prima degli occhi-
alla comunione di ogni giorno,
nell’oscurità che nessuna luce cancella,
invisibile e definitivo,
così come è lieve
abbandonare il seno
di una buona madre,

o come l’albero, che s’impone
senza un motivo calcolabile-
sprofondando nel vasto mondo,
dietro minuscole palpebre
che uniscono due individui,
con i nostri nomi.
Anche solo per un soffio

ascoltiamo il principio,
questa cosa immensa che respira,
protesi,
beviamo silenziosi,
guarendo le parole,
senza suono né fragore,
appena il tempo di sorridere.

tu vieni prima degli occhi

Ti rendo grazie e canto della sera


La voce si trattiene,
nell’aria piccola,
tra due frassini bianchi,
all’imbocco del vialetto –
discreti e a malapena
ci si accorge che esistono
per come lasciano passare
la luce che li investe.

Le spalle coperte dal vento
dietro di me
ad unirsi un poco, e grande
lo spazio creato dai rami,
tesse il nostro anello
come un’oecophylla nell’alzarsi,
e inginocchiarsi tra le foglie,
accostando tra di loro i lembi,
con una goccia di seta sulla fronte
che tiene insieme i nidi tra le cose,
dandogli sollievo
in un rosa pallidissimo, carne
nascosta nel nulla delle pieghe labiali,
lasciando al centro un altro mistero,
dove finisce la bordura.
Verso un pascolo incolto,
oltre gli alberi-lupo,

solo un alito resta,
dai granai alle clavicole,
come fossi contenuta
in una invisibile tazza da tè,
-o un grappolo d’uva
con una mente d’inverno-
mentre l’odore si espande
dalle sue profondità, come nubi
sfiorate lievemente dalle messi,
quando si aprono a coppa-
tra il pane di radici dell’albero
e la sua noce d’oro
incidendo i nostri segreti
sulle minuscole tavole dei semi,
per sopravvivere all’inverno,
come un bene pronto al volo,
ti rendo grazie, e canto della sera.

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Nel Lungo Requiem Del Vento

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Il grappolo d’oro è di nuovo un vigneto
nella sua terra grezza
il tratto cieco intorno al bianco
nella memoria della luce.

Tu sei un luogo, ora, padre,
ed hai un orlo
nel lungo requiem del vento.
Mi inchino alla vecchia foresta,

per amore e per forza,
alla voce calma di chi conosce senza giudicare,
alla sommessa melodia della tua serenità.

Questo poco di luce e la betulla
sono il tuo gesto, la grazia,
il dono di ridere dei grandi angeli
con le ali ripiegate verso terra,
composte di una dolcezza indifesa
e un diamante,
nascosto, profondissimo, dentro di sé.

Mi hai lasciato con i passi di chi è arrivato a casa,
nel mio tempo interiore, la tua eternità;

un silenzio sacro,
che non si interrompe neppure quando parlo,
fino a non distinguere più il tuo viso
da quello di mia madre,
l’uomo dal bene o dalla sua sposa,
l’inno e il lamento,
montagne nuvole ombre più scure,
e alberi, tanti, tanti alberi.

Un immenso paese riposa in me,
nell’addio e nell’incontro,
l’eterno
di queste ultime nozze
giunte al principio.

..La mia Mammet è tornata
a prendere il suo Sposo fra gli angeli
nella notte del 9 Febbraio  2017…

Perla di buio


Un piccolo perpetuo la tua casa,
perla di buio, nel bosco.
In quel vuoto della pelle è stato il vento

a spogliarmi, fatto grande, e una preghiera
di lettere inclinate sulle labbra,
con la cenere negli occhi che conosci.

Un fiume di portata mi era accanto,
un lembo raro, in fondo al tuo giardino,
e la polvere dei fiori, già raccolti.

Nel canale di biancore immisurabile
niente è troppo piccolo, se ami.
Nulla so di più del tuo calore,

se non che per la prima volta
sono sola. E ti ringrazio
di questa nuova vita, senza tempo,

dello splendore che avverto oscuramente
nel tuo nome antico. Poi mi perdo,
fedele all’invisibile ritorno,

piccola abbastanza non ancora
da sostenere tutta la tua luce.

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