Pochi decimi di efa e un grano nuovo


Pochi decimi di efa e un grano nuovo,
nella ciotola di biada, al primo anello.

Ridursi è gioia
da quando mi hai insegnato
a carezzare come un salice il suo fiume,
che tacere non è fare del silenzio,
ma la fonte di uno stare doloroso
nel più intimo dei luoghi che ha una madre,
quando ha perso la sua luce oltre le cime,
e si raccoglie nel lucido mistero
di un grande uccello
________________ che attraversa il mare

con il respiro quieto di un bambino
mentre dorme nella stanza accanto.

 

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immagine G.Braque

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Gli occhi delle case


Con cosa spingi il buio fuori dalle stanze
con gli occhi soli o tutto il corpo insieme?

Dischiudi sempre adagio le persiane?-
sono gli occhi delle case
e benedetto il giorno, sia
impercettibile la mano –

se passa la bellezza e gira lenta
la linea dell’aurora va al respiro
tu lo sai,
se alzi piano gli occhi delle case.

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Immagine E.Orciari

Col moto delle lucciole sui piedi


 

 

Quanta calma nel petto che rischiara
la pancia con la rosa di un bambino
che cresce seguendo la via lattea

lo scatto del respiro nel salire
fra le ali e gli alberi del pane
che spingono nell’aria le sue gambe.

Poi la musica soltanto, la più viva,
a quell’ora lo incorona e va alla gioia
col moto delle lucciole sui piedi.

 

 

 

La mano di perla


Un taglio sottile lungo la fronte, uno sfregone di roccia sotto il ginocchio.
Ma è stato il giorno del bosco più bello che so.
Dove ho sempre immaginato di essere, ero
lungo le tracce dei miei cinghiali arrotolata all’odore di umido e pioggia,
con le mani impastate di terra sotto il costone a strapiombo sul fiume.

Durante la pioggia di pochi giorni fa cercavo un riparo sotto le albere del boscovecchio, vicino alla rupe un colpo improvviso di vento ha strappato dalle mie mani il minuscolo libro d’ore, sbalzandolo oltre le rocce. Gli occhi si sono confusi alla pioggia mentre ho annodato alla quercia un filo rosso con la promessa che sarei ritornata col primo sole. C’era quel sole stamane ho raggiunto il sentiero la quercia il segno annodato, il salto,
troppo profondo per le mie forze ha indicato di chiedere aiuto all’unica casa abitata. Una perla le mani di Albino mi hanno detto di sì… seguimi amina, risaliremo la via dei cinghiali.
Ero al centro del mondo mai visto quando ho perso la testa, ero tutta palpebre e cuore, ho fatto l’amore più grande che so, ero la madre del bosco la figlia la sua compagna ero la cerva da un solo fianco la cinghiala coi piccoli, ero il bagnato di tutte le piogge le foglie marcite i rovi alle gambe, ero il ramo del noce che mi ha ferito la fronte e il sasso che ha aperto il ginocchio, ero, ed ero felice.
Salivo radice dopo radice sdraiata per terra fino allo stacco più grande dove le mani di perla si sono protese per farmi saltare.
Un’uccella, sono stata un’uccella col vuoto a due passi e sotto la pelle, lì soffocato, l’inferno della paura.
Ma nel luogo, il più nascosto di tutta la pancia dell’isola al centro del cuore
c’era la gioia di essere un animale che aveva fiutato il suo cucciolo al buio assoluto, a pochi metri, due braccia, il suo luccichio, come sa fare un vapore quando si alza sottile da terra. Dobbiamo rientrare –
è tuonata la voce di Albino col temporale- torneremo, promesso, ora scendiamo-

Il libro d’ore è ancora nel ventre del bosco, duole il ginocchio e il viso è graffiato, ma sono stata dove ho immaginato di essere, piena
di gioia imponderabile.

Biancobaleno

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                                                         Presi parte al suo corpo silenzioso –
                                                         con la schiena incurvata nel lavacro
                                                         girava le sementi con un braccio,
                                                         e una mano posata a trattenere
                                                         i seni ancora gonfi per il latte –
                                                         nel più semplice disegno di unità.

Cominciava dalle orecchie la sua storia,
premendo con il verso non formato
sull’esile membrana del risveglio,
la carezza, percorsa dallo sguardo,
sui muscoli, le ossa, infine il soffio,
con il tratto- già presente nel suo cuore-
di chi alza una spirale e si trasforma
per fissare il colore nella pioggia.
A memoria nasce intatta la visione –

hai mai visto una lepre quando inarca
la sua vita contro il rosso della sera?
non il semplice contorno di una forma,
– in piena regola sarebbe un tratto morto-
la corrente che la muove, la prolunga,
l’attraversa, poi scompare – questo dico,
un chicco di orogiada che germoglia
nel polso chiaro e vuoto di un bambino,
penetrando le sue dita con il bianco.

Per giunture segrete la splendente
riverbera l’anello del creato –
confondendo i sei colori dell’inchiostro
la montagna, inchinata come un mare,
con le onde, divenute i suoi alpeggi-

la veste, e nel pieno della luce
l’arcobaleno che si mostra
si consegna,
tra il venire e lo svanire fra le mani,
dove scende ancora mondo sulla carta,
e d’improvviso sorge qualcos’altro.

 

biancobaleno, antonella schiralli

Disegno Antonella Schiralli

 

le sorgenti d’acqua di Betullia

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Cosa hai fatto, voce?
In alto, sulla gola,
con la veste della grande penitenza
occupi le sorgenti d’acqua di Betullia.
Tu preghi, lungamente,
alle porte del Sasso,
offrendo al fuoco il legno delle ossa.

Tale è la legge del miracolo,
il vuoto, l’unione, e tu,
in basso, semplice.
Al posto giusto –

è un refolo nel petto che ti avverte,
il passo, che lento gli somiglia,
avanza, vicinissimo a trovarti,
così potente
da partorire luce,
con quel modo che fa tremar le cose
in una lingua segreta ad ogni altra.

 

betulia

 

… eccomi


Ferita sacra il tempo che resta
nel corpo stellare.
___________ La valle è sospesa.
L’eco risale di un lento respiro
l’altezza di un’albera,
___________ il peso di un pane
la temperatura della tua fronte.
Una mano soltanto sfiora la spalla
e non c’è nulla di misterioso
nella tua assenza. Le cose cambiano –

nei giorni ventosi, se abbiamo danzato
screpolati dal freddo, disegnando una mappa
coi grani semplici del nostro anello,
fra salti discreti e piccole schiume,
divenendo ben più di un luogo soltanto
sfuocati alla cima, come era il papavero
sul punto estremo di quella rupe.-

Eppure è li che ci siamo confusi
scambiando il caldo dentro la mano,
perché rimanesse sposa del tempo,
a crescere fiori o una poesia –
offrendo durata, la benedetta,
radice dell’ordine dei nostri polsi,
accendeva una stella sopra la yurta.

Qualcosa dovrà pure fermarsi
per ricordare, lasciando una traccia
come la piuma, inzuppata d’inchiostro
iscaldava la carta degli amanuensi –
Il sasso posato nell’ombelico,
se non ci fosse stato calore
sarebbe saltato di nuovo per terra.

Così le parole che ora ti scrivo
sono il passato delle carezze
l’inchino che hai fatto di fronte alla casa,
Il dolore di Luca, e nella tua voce
si muove la mano, dove lei giungerà,
dentro qualcosa che accade che dura
per quel destino che chiami sorriso.

Lì dentro in quei pochi centimetri sacri
si è arrotolata tutta la vita,
la sua sorgente, il cordone d’argento
la radura bambina illuminata
se dice < eccomi >
_______________ non c’è niente altro.
Possiamo sorridere
_______________ come al principio.

eccomi

Al suo posto esatto c’era la luce

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Al suo posto esatto c’era la luce.

                                              La morte si vive, e come un sole
                                              si porta nel più profondo di sé
                                              lo strazio immenso, che diamo alla luce,
                                              la stessa madre quando si apre
                                              e perde il suo sangue meraviglioso.

L’ osso fedele
_______________ è ancora la luce
della bambina con le giunchiglie
nella foresta, che adesso riposa.
Tu veglia il suo corpo. – Ci vorrà molto bisso ?
< Non occorre saperlo. Rimani in cammino.
Con la tua voce e la mano guarita
l’alba, che il canto diffonde, rischiara
ben oltre ogni sole.>

Sussurrerà nell’orecchio più debole
dove ci sta conducendo la danza?
Lo so che i bambini sanno i misteri,
che viene un angelo, prima di nascere,
che pone un dito sopra le bocche
lasciando a ricordo di quella sillaba
un piccolo seme. Tra il naso e le labbra
sfioro il contorno, mi tocco, sprofondo,
ma quando saremo, dentro la runa?

< Spazzando con l’anima davanti alla porta
del nostro amato, diverremo l’amante.
Una farfalla con l’anima anziana
sussurrerà nelle orecchie più giovani
dove ci sta conducendo la danza,
ogni punto di luce delle sue ali –
dirà che un tempo toccò lievemente
la fiamma, i suoi bordi, per poi gettarsi
con tutto il corpo nel cuore profondo,
in volute dorate, nella danza aurorale
sui petali rossi e unirsi vermiglia
per bere il calore dell’antica parola-

nell’identico istante dell’ultima foglia
dell’ultimo albero al proprio posto
versando alla terra lacrime folli.
Saremo le spose di quel sorriso
dagli occhi immensi che dice: mi ami!

finché divenga una trina sottile
che lascia passare tra i vuoti la luce,
affidandoci un corpo, solo e leggero,
per il girotondo fra le giunchiglie
dove i più piccoli danzano nudi
a mani aperte, aperte a grembo

permeabili al canto
dell’uccello intravisto
sui triplici fiori del nostro lillà.

 

African art- paintings by Bernard Ndichu Njuguna

 

Immagine bernard Ndichu Njuguna

Corri e magenta dai fiori


Stamane è piovuto quassù e mi domandi come muta il colore dei fiori.
Ogni nome ha un odore, bisbiglio fra me, camminando bagnata fra l’erba renna.
Qualcuno si apre, si stende chiarissimo, altri si asciugano dietro un velario.
Così ti rispondo- dicendo il vero : corro dai fiori dopo la pioggia
per rivedere i miei genitori- ecco mia madre dopo l’amore,
col viso bello dentro la casa, i gesti del sole sulla credenza.

Qualcuno tra i fiori invece magenta, se viene scoperto- come mio padre-
lo guardo raccogliersi sopra il pianoro, per trattenere le gocce di luce.

 

babbo