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pettazzurri


pettazzurri

Annunci

danzando su una lunga annunciazione


La spinta che ha diffuso la Natura-
se nel farsi preghiera muove l’aria,
coi suoi capelli d’oro, silenziosa-
dalla nascita continua del tuo nome
alla pioggia che si adagia questa notte,
è tutta qui,
circondata da due fiumi. Una segesta-

è la yurta che ti offro, come sposa,
la sua finestra in cielo pitturata,
un accento, il suo dialetto, irripetibile
e come gioco la rayuela, terra a terra
consonante-vocale consonante.
Ridiamo, come stessimo pregando!

Ti celebro così nel compleanno,
danzando su una lunga annunciazione.
Ciò che nasce non è altro da chi sposo,
su una schiena ancora carica di latte,
col nostro pettazzurro nei polmoni-
la porta stretta, dove s’inginocchia,
la sua parte di luce, è quel prodigio
fedele all’invisibile e a chi amo

se congiunge una parola come casa
al destino dell’ultimo sorriso.

yurta -

nel suo riso crepuscolare


Ho messo insieme il tuo piedeleggero,
per un bambino tutto in ascolto,
che risponde col riso crepuscolare
al dondolio, alla curva più dolce,
portando la gioia di primavera.
La bianca e perfetta invisibile mano

sull’isola al centro dei nostri meli,
è tornata, stanotte, nel farsi preghiera,
adagiandosi muta al nostro profilo,
prendendo le forme dell’albera amata.
Con un filo alla vita del giovane fiume,
e cinque rune sopra schiena,
nel gira_gira più stupefatto
ci siamo bagnati nell’ederlezi
schioccando la lingua come i bambara.

Oh! quanto riso nel nostro credo
che ora alza il fango dormiente alla luce,
dallo spiraglio del non-ancora
al movimento del nuovo miracolo.

L’albera dello Stabat


Il grappolo d’oro è di nuovo un vigneto
e tu,
tu sei un luogo padre,
hai un orlo
nella memoria della luce,
basta toccare certi punti dell’aria
e s’incantano le dita.
Dentro il grande suono
mi hai lasciato
con il passo di chi è arrivato a casa,
se ora non distinguo più il tuo viso
da quello di mia madre,
l’alleluia da un lamento.

Gli alberi ( tanti, tanti alberi )
sono l’immenso paese a cui scrivo
che ho piantato il nostro mirto
all’ingresso del capanno,
che sto imparando a fare belle le ferite,
con la resina dell’albera, allo stabat,
il filo d’oro che lei offre. Generosa

è una vita piccolissima, la mia,
che non separa le radici dagli uccelli,
con le braccia profumate di qualcosa
che spinge nella pancia le sue gambe
se non tocco il fondo della gioia.

l'albera dello stabat