Sono insieme


Ti sento vivere al centro del frutteto
spostando appena l’aria col respiro,
il ricamo argenteo sulle vene
delle mani, abbandonate fra le pigne,
come fossero il principio di una pianta,

a voce bassa, dei semplici bambini
che si sporgono nel nulla, ad occhi chiari,
dalla cima dell’ultima parola
con un dire lungo i lati delle labbra
in un piccolo perpetuo “ sono insieme”

 

aNSELM kIEFER  (1)

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acquabuona


Devi avere sofferto così a lungo
per accogliere tanto flutto
aprendo la notte in un giorno bellissimo
fra le pupille adorne di sale

se con le mani a giumella 
porti l’acquabuona sulla soglia
delle nostre piccole urne,
come un nido alle sue nozze.

Altro non so. Da quel giorno

la nostra casa semplice respira
come un grande albero
che tiene le sue assise 
nella luce.

 

un grande albero

A capo chino, nella luce


 

Ti scrivo dalla mia porziuncola di pace,

una pozzanghera di pesci verde mare,

che amo come un ramo carico di neve.

Il mistero della gioia è tutto qui,

dove la terra finisce, come ieri,

quando l’ombra si allungava  sulla pietra.

Mi sono seduta accanto. Ho riposato,

sognando di raggiungere il tuo lago,

una barca piena d’acqua, poi l’azzurro.

E’ volata la grandine sul letto

fiori misti a foglie con il vento.

Il sole della sera, il mio risveglio,

la luce bianca sul lenzuolo nuovo-

una mano sulla spalla che ti stringe

in pace. Sono andata verso il fumo,

che sale dalla terra se la pioggia

è penetrata fino in fondo. Sul pianoro

mi sono inginocchiata, per pregare

fra i girasoli, come me, a capo chino-

come fossero figure ad occhi chiusi

mansueti ed obbedienti. Nel silenzio,

protetto il capo sotto i loro volti,

lasciando si bagnasse, con lentezza,

ho pianto-

con  lacrime, leggere, nella luce.

 

 

 

Il canto delle ali dorate

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Ai suoi piedi nascono fiori

con l’intensità di un primo amore,

la luce del fuoco.

Come un’acqua limpida,

la mano del calore,

cola sulle mie spalle

brillanti di cenere.

 

Una figura potente, come il sole

vuole sbucare fuori

dal ventre della montagna

e uscendo dalla bocca

si posa inaspettata

sulla lingua, forte, urgente.

Con il grido di una pianta

strappata dalla terra

 

qualcosa viene ad aggiungersi  alla sua luce

qualcosa dentro la pelle

che fuori ha il suono

dei figli del crepuscolo, della vita

qualcosa che non si può paragonare

a niente di vissuto-

una forma di tempo, una durata.

Ma non era tempo, non era durata.

 Aria

era aria che trasudava gocce somiglianti

alle loro forme madri

dal calore la forma

dalla forma il movimento

dal movimento i colori, dai colori

il sapore e insieme odore. Odore.

 

Ho accolto la neonata,

l’auriga che ogni notte si rinnova

dalle acque notturne  in cui è rimasta assopita,

che nell’ultima ora ha lottato, con amore.

Nel singolare arrestarsi di ogni movimento

 

ha fatto nuovo qualcosa di antichissimo

partorendo ciò che è vecchio.-

Una volta era già in alto,  io credo,

non c’è parte che non ritorni nell’anello

sempre più in fondo. E da ultimo

saremo nel punto più basso- dicevi-

del nostro fiume poi lago e ancora mare,

luogo di morte luminosa, finché l’acqua

non si sollevi in cielo

come vapore,

per ricadere in pioggia…

 

“ Lo spirito e la sposa dicono:

Vieni. E chi ode, dica vieni. Chi ha sete, venga

Chi vuole, prenda in dono l’acqua della vita “

 

Versando seme vivo fra le ombre azzurre,

meridiane dei morti,

si è accostata, mammet,

con un lieve ronzio

simile a quello prodotto dalle ali

dello scarabeo.

 

Il canto delle ali dorate

mi ha permesso di riconoscerla. In quell’istante

si è posata come una egretta sacra

sul mare

un guscio sono divenuta. Un giorno

due giorni molti giorni cinque anni. Oggi

 

la luce del giorno illumina

l’ombra del sole, l’Elba,

che abitava sotto l’albero dell’acqua-

Non la comprendevo, ma sapevo di Lei

che cresceva.- Non è accaduto nulla, dici,

e tuttavia si è prodotto un soave ed ineffabile

mistero: io sono uscita dal cerchio che ruota

toccando il tuo fiore alla sommità dell’albero

le ali,  che tornavano. Verso la sua stella

 

siamo uccelli d’oro sul ramo delle luci,

utero della chioma fiorita,

silenzio

delle sue profonde radici.

Hara . . .

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Ripeto il tuo nome come sigillo

mentre sale alla gola la parte nascosta

di tutto ciò che è manifesto

ripeto  il tuo nome, nel giro dei rulli

delle preghiere, nell’acqua che scende

dalle tue mani sul sasso, la felce

e una giovane pigna confusa alle altre.

 

Il tuo vento serale illuminato

spinge lontano dal tempo  lo sguardo.

Nel reciproco scambio del nostro calore

il corpo riflette immagini e vita

riverberando nei piccoli grani

che il verbo conoscere porta nel ventre

la mano, in ebraico, come una mussola,

e aggiungendo una lettera, alla sorgente,

apre  la breccia, divina per gli occhi:

 

il dito di Venere sfiora la testa

e quello di Giove la cistifellea,

il medio, Saturno,  lo spleen della milza,

con l’anulare, il dito del sole,

mette l’anello al tuo fegato santo,

il  mignolo infine si lega col cuore.

E tutta la Mudrā  è solo al principio

 

di quando portavi  una piccola mano

a una sposa, d’argento, promessa e sul muro

della sua  casa coloravano mani

bambini lucenti per il matrimonio.

Risalgo il sentiero, seguendo il calore

 

tra le piccole chiavi delle clavicole

varcando la soglia del  pomo d’adamo,

il  prisma di suoni,  i suoi colori,

sotto la lingua, dove è custodito

cosa avvenne negli inferi.  Ecco i gradini

i pioli e la yurta. Un corpo intero

contemplo nel viso  fra le mie mani;

 

ripetono i piedi, le orecchie,  i tuoi passi,

e gli angoli curvi delle mandibole

le amate ginocchia. Mi piego al respiro,

a pregare il mediano, la sacra colonna,

il tuo naso è  la schiena che lenta accarrezzo,

posando l’amore sopra gli zigomi

le piccole ali, i nostri polmoni.

Negli occhi,  al principio, trovo il tuo cuore

e un nuovo bacino sopra la fronte

fino ai capelli, i tuoi reni, ti bacio

le radici celesti distese nell’aria.

 

C’è un  matrimonio nel viso, concorde

la nostra bambina dentro la culla,

nel corno d’amon, si è arrotolata

al cervello più antico fra le sue madri,

la dura e la pia; e uno splendido ragno

bagna ora  la tela,  il santuario di fuoco,

con nodi vitali- tra i giovani fili

 

si scorge nell’ombra madreperlacea,

dove ondeggia una pigna ricca di nero,

al   ritmo solare la bianca sostanza,

si espande nel buio  in corona radiosa

fra i suoni degli organi e nomi di membra.

 

Una lingua di gioia cola nell’hara,

dalla cima dell’albero tinta d’azzurro

alla piccola mandorla, orlata di luce,

nella stasi più grande del nostro Sabbat.

 

Grazie a te


                                                              grazie a te

Calò profonda la notte turchina.

                                                              Appena un lampo
                                                              trasse per me antiche cose,
                                                              figure dagli occhi chiusi,
                                                              e un senso largo di religione.
                                                             Non seppi fare altro
                                                             che lasciarle affondare 
                                                             di nuovo. Laggiù

                                                                

era presente un’immagine

-prima di essere vissuta-

chiara, tutta in una volta:
di Noi cresciuto discendendo,
come si va nel bosco per la legna,
a fare anima. Nella casa d’infanzia

 

ricordo vivo  il puro sapore
che si levò al mio tramonto,
con tutta la forza che avevo,
nel suo mare di fuoco, mio figlio.

E quelle parole…

< Com’è stretto qui dove ci amiamo >

Splendeva il guscio, come una ghianda

al principio della sua vita.

Divenni, a quel tempo, una madre notturna,

integrando l’ombra, per non ucciderla,

trasformata, e perfetta, da un sonno profondo?
< Un uomo da solo non può

salvare il divino della bambina.
Per questo hai mangiato la carne

del suo fegato, in abbondanza,

dove si accumula in luce tutto il compiuto

fino all’ultima goccia di pan-kréas,

ogni carne della bellezza,

fino a guarire i tuoi occhi ;

 

non è soltanto una νέκυια-

io credo– nel caldo dell’ombelico,

con l’anima immersa nel sacro

del rosso inesorabile. >
Come gemelli che vanno

con piedi diversi,

uno di terra l’altro solare,
che si allungano  insieme

verso il cono più alto

e il basso dell’ombra ?

 

< Da un luogo inaspettato,
o da una minima fessura,
può scaturire l’acquabuona che ci sfama,
la radice di mandragola che apre

le stanze sigillate del tesoro.

Il miracolo che fa che ciò avvenga

ha nelle mani  qualcosa che brilla,

la sua ombra è quella bambina

che  cresce, in mezzo alla gola,

dove branchi di animali come un fiume
vanno verso i pascoli seguendo

il percorso amorevole del sole,

poi ripartono. > Grazie a te

 

in questa immagine,

   più lunga della vita,

il nostro seme vola,

fra gli stessi alberi,

ad accogliere la luce.

Saliva celeste

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Saliva celeste in ogni suo verso,

come su un ramo che vuole sbocciare

trabocca di vita, appena visibile,

ogni rugiada.  Nel mare purpureo

di questo ricordo lucidamente

le piume di uccelli emersi dal lago,

e una stanza speciale, chiamata silenzio

 

– una porta, vista di fronte, e aperta,

con l’architrave da destra a sinistra

che dava le spalle al fascio di luce;

entrava chiunque, uno alla volta,

in forma discreta – chi aveva bisogno

prendeva del cibo, lasciato in offerta-

allungando la vita di un seme dormiente.

 

Al di là del ponte, e  appena nascosta

nell’oblio materno, sposo dell’alba,

una donna minuscola come un respiro

sfilava dal sesso del proprio compagno

il filo invisibile di una promessa-

                                                  saliva celeste– posandola  piano

sul bianco lucente di una parola,

così tanto profonda

da poterla tacere.

 

Gao Xinjian-

 

 

 

 

 

Pianete

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Quando tace il canto
in madrelingua,
muta forma il destino di una donna
che correva con i lupi del dolore,
mescolando nella storia la poesia

sospinge i fianchi al caldo della casa
di chi ha dipinto l’Ararat in pieno petto,
un cervo bianco coi colori di Hokusai

– sia caverna di un cuore
o l’asse della danza –
ogni fiaba risplende di ginocchia
che nutrono l’inverno, coronate
sul giaciglio magro di Proserpina.

Dall’altro lato della vita le sue mani
ricamano pianete con il bisso
alle spalle del tempo, luminose

vibrando del più semplice respiro
nascosto tra le corde del salterio.

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Immagine: Opera tessile di Marie-Rose Lortner

Tefilláh

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astuccio di vaio - Copia

Basta un nulla per vivere, aman,
barche leggere.

Tu camminavi assorbendo la luce,
doppia, solitaria,
in minuscoli astucci di vaio
legati al capo e alle mani-
culle di fiori, ho creduto,
tĕfillīn per le preghiere,
più tardi- אָמָן,

mangiando chicchi alla morte
come si guarda un bambino.

Per quel poco
impiegavi tutti i tuoi fili
sospesi nel vuoto-
le migliaia di ossa, i resti dei pasti,
i pezzi sottili d’avorio
imbevuti della sostanza segreta,
le molte aperture-finestre
e le volute, ogni Voluta,
da appoggiare nell’aria .

Sapevano andare, sebbene ciechi,
con labbra dolci nel piccolo circolo
dove un colore più intenso
reggeva altri mondi in scintille;

li ho visti adagiarsi e volare,
sul silenzio della tua festa,
nella parte cava della follia,
verso il grande amante sole..

Sapevi che avrei annotato figure?
assegnando un posto a ciascuna,
col valore musicale di una nota
insieme tutte si sono voltate
con la grazia leggera di un canto.
Affondavano lente,
per piccole vertigini,
in un profondo inchino.

Sono venuta qui, a danzare, alla pieve del pino, oggi che il vento è così forte