Sulle radici…Ezio Bosso e Mario Brunello


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Lo splendore del grano


 

                                                     Lo splendore del grano al tramonto
                                                     disegna nell’aria il ricordo
                                                     dei pesci che mutano in fiore.

Era a questo che andava il suo viaggio,
coi bambini sopra le spalle,
aderenti, in cadenza ai suoi piedi.
Per una goccia di luce piangeva,
nel profondo rideva – più che parlare-
con gli occhi della fame originale,
di chi mangia ogni cosa lentamente,
persino con gloria una crosta di pane-
ridotto al silenzio per fare luogo all’amore.
Una sposa, io credo,
che è stata da sempre presso la sposo,
nella sua forma immediata d’unione-
e disposta a questo soltanto,
senza aggiungersi mai.

Non potendo pregare, pregava
bisbigliando qualcosa sui fiori
gli invisibili, dentro le felci,
e se usciva un suono più chiaro
sembrava l’avesse riavuto
erede di tanti silenzi,
ma il suo canto era già nato
ininterrotto e nascente.

 

 

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Narimi..

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Nelle radici si fanno grandi i figli,
ma quando si ritraggono nei tronchi
qual è il nome per la madre che rimane
a sentirli ancora tra le fronde?

Se dire mani è dirle aperte a grembo,
in quello spazio loro stanno passeggiando
come altari rasoterra, e benandanti
sull’impronta del più piccolo respiro?

La sillaba mancante è l’architrave
del perpetuo tacere una parola,
se fedele all’invisibile ritorna-
piccola abbastanza non ancora
da sostenere tutta la sua luce.

 

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Fotografia Yann Arthus-Bertrand

Nel sottomondo di Claudia

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La vedi nascere, col temporale
venuto ancor prima dell’acqua,
sprofondata nel grano del suo sottomondo-
le caviglie le orecchie i suoi reni
a misura di coppa nell’hara-
e quell’attitudine a stare
col tascapane sui fianchi,
per qualcosa da dire al ritorno
sulla mano che attende. E ripete

che mano in ebraico ha la lettera yod’
che si fonde nel cinque e nel verbo conosco
vuole anche dire “ mi ami” –
se aggiungi una ayin si aprono gli occhi
e la cantilena spicca la scorza
finché lo spiraglio diviene sorgente.
Poi ricomincia.

Se non si ripetesse la parola sparirebbe?
Lei crede.
Eppure tutto si fonde e scompare in un verso-
i piedi che ridono nel saltimbraccio,
il mestolo e l’acqua, il capriolo su in cima-
gettando sul mondo un mantello di neve.

Ma è entrato qualcuno, portando le fragole
qualcosa continua a donare il rossore,
e non se ne va. Quella mano,
che sembra ritrarsi dalla farina,
sei tu. Il principio del volo
o l’inizio di una caduta-
un alleluia a volte un sussurro-
che porta nel nome. Lo sentono tutti.
Non la sente nessuno.

La traccia che resta dello svanire
è la prima radice della tua rosa-
fulgida e buia- Chi è quel che crede,
crede davvero : nella preghiera
che addormenta le piaghe,
per dare riposo al suo vero.

il minuscolo respiro di una donna


Il polso è libero e la mano abbandonata
allo spazio puro della cortesia.
La stanchezza profonda dello sguardo
che s’incanta limpido negli occhi
al gesto interiore dei suoi monti –
uno sguardo lento e prolungato
sulla disposizione delle cime:
i punti che le infiorano e quelli gonfi d’acqua,
il punto luminoso diecimila grotte
di grani di sesamo e pietra dell’allume
grani senz’osso e frammenti di giada –

come fa una mano che ripara un lume,
così entra nella carta il primo soffio –
il primosale, e tutti gli altri da vicino,
a tre, a cinque, chi si abbassa,
chi nel vuoto si raccoglie
al sapore femminile che dispiega
la fiumessa- riposando tra le rocce

è il minuscolo respiro di una donna-
mentre sfila dal sesso del compagno
la promessa silenziosa di un anello –
che dispone lo splendore a movimento,
senza il copricapo né un rifugio
al riserbo racchiuso nella gola,
aprendosi il cammino verso l’Est,
che la riceve, intimamente penetrata,
dove l’accordo fa la sua rivoluzione
superiore ad ogni sogno,
___________________ e al suo dormiente.

Cecilia Fasser

Feifei 飞飞

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Apparteniamo al linguaggio e non viceversa, ripeti .
Ma dove affonda dove puoi toccarlo?Il fondo, l’etimo? la radice dov’è?
Nel latino e indietro. E poi e poi ?- Nel suono, amore, nel suono, e oltre il suono nel silenzio,
da cui emerge, dal buio, non altro, la chiarezza del suo dire è dall’oscuro colloquio interminabile,
parola per parola, un indice continuo nell’abisso, così la conclusione
è un eterno futuro sulla soglia, tra il pozzo senza fondo del passato
e quella vita che l’attende, la poesia.
La sua parola sarà sempre un ancora differito?
Se l’ origine è il silenzio e nel silenzio il colloquio che verrà,
fra questi due silenzi mi manca da morire eppure scava
nell’abisso il suo sapore in modo chiaro e inestinguibile questa nostalgia.
Oh fosse l’albera a dirti il suo nome o questo fiore
le prime vertebre che chiamiamo sacre o il cervelletto, albero di vita,
se fossero i talami degli occhi le celle nuziali che più amo a dirti…
In un film si riunivano degli uomini a una gara, vinceva chi riusciva a fare cantare la montagna.
Così parlava la ferita ai i piedi, in Eva? L’anca di Giacobbe il fegato di Prometeo?
Muore un bambino membro di un gruppo malato e muore un membro di un corpo che occorre tagliare.
La scorza si manifesta e la polpa conduce al nocciolo, murmure muto mistero- materia mano matrice.
Cantando all’indietro, da pollicino allo scarpino di vaio di cenerentola
dal tallone nelle mani di Giacobbe a chi lavava i piedi degli apostoli
a poco a poco hai cancellato la distanza dalla lingua della cerva e dal suo fianco
fino al giorno delle messi e del raccolto, l’altra sera.
La lamentazione del tuo corpo, la fronte che hai toccato facendo il segno della croce
la colonna vertebrale, nell’eterna generazione di suo figlio,
le corna che dispiegavano i polmoni e il nuovo nato fra le zampe, luminoso.

Dell’armonia di questa confusione non so altro, non posso rendere conto della voce,
se non con il dolore di un bambino che ti indica che cosa gli è rimasto fra le mani
del seme che lampeggia, verso il cielo. Della gioia
so disegnare un mandala soltanto un labirinto
chinandomi così sul mio tracciato
( riderai, lo so, perché tutto ciò che è carne, come parola che unisce i corpi insieme,
ci viene presentata peccato dei peccati che separa l’anima dal vicolo fangoso della pelle
< Né so> ripetevo – che in bambara vuole dire < da me, casa >
< Feifei > alla mandorla di luce che in cinese fa < volare>
So che mi hanno ricondotto nella yurta, con le ossa cave dentro un’unica parola.

 

Nell’ambra dell’origine


Precedeva con un filo le parole,
assimilando cielo e il primo taglio
della medica in cima a Monte Sole.
Sviluppava del dolore nello spazio,
lo sentivo distendersi sul giorno,
ma nello stesso senso alzava un canto-
fin dove il vento sospende il suo rumore-
trascinandomi con sé, dove cadevo
senza sapere degli ultimi colori,
dello spettro solare che avanzava,
per l’onda lenta che hanno il blu e il viola.

Il rosso, immaginato, era presente,
nel volto meridiano che brillava,
oltre il limite di ogni trasparenza,
il sorriso irriducibile nell’aria
portava dentro le tracce della notte
più vicina alla fiamma originaria.

Ti chiedo ovunque sei di continuare
a scavare nel profondo le mie ossa-
________________ legando insieme il sonno con la veglia,
________________ per i muscoli della piccola visione,
________________ per seguire l’uccella migratrice
________________ che ha nel ventre la durata dell’estate-

ai confini dell’uomo che ho intravisto
riportare a un solo tratto la parola,
non il simbolo o la macchia di colore,
ma la stretta con la terra naturale
percorsa dallo sguardo in pieno volo,
dal nido, fino al seme dentro il becco,
al luogo suo di pace, e di ritorno

al movimento del principio, e cosa vive,
nell’impronta fresca, la sua mano,
quando toglie il peso da una stanza,
penetrando nell’ambra dell’origine.

 

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Un buco è sempre tutto per la luce

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Benedetto, dall’esistere, e il suo peso,
tra le infinite madri della terra,
mentre spingi sulle palpebre le mani,
nel luogo più profondo, il più elevato,
per salvare la tua piaga luminosa,
per sbucare nei polmoni con l’odore
delle lettere del pane sulla tavola-

dove l’acqua si ritira e il bianco appare
attaccheremo al nostro seno la sua voce,
la coveremo come un fuoco
a cielo aperto,
muovendo l’aria, il poco che ci serve,
fosse anche un solo goccio di saliva,
per la pioggia del più piccolo respiro.
Tra il sambuco e il falso pepe, nel giardino

tutto è una ferita
 ___________________________ e tu lo sai
un buco è sempre tutto per la luce.

 

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Immagine Nicolas de Staël