Dove il corpo stava per finire
mangiato sotto colpi di parole,
non ha perso la sua infanzia, né l’amore,
al tuo cospetto, in pieno giorno, minotauro
che hai seguito il suo sudore per la carne.
Dove tu hai intravisto un pentolone
con la maga che lo gira, c’è una donna
che mantiene le ossa cave per volare;
quanto più la senti oscura lei rimesta
delle erbacce nella terra con i fiori,
con lo stesso amore dei tuoi versi-
un richiamo irresistibile a scavare
negli stagni come fossero dei mari,
con le gambe a penzoloni nella gioia
mettendo semi di sambuco, aria di menta.
Non hai scorto, dalla tua più alta luce,
per uno stelo d’erba il viso in lacrime,
né l’orgasmo della legna dentro il fuoco
per l’acqua da scaldare nel vivaio.
E certo sono minimi i suoi occhi,
pelle ed ossa di eserciti instancabili,
nelle crepe della siccità,
ma la febbre dell’acqua che risale
è un arco spalancato dove tace
il gesto mansueto d’apertura.

Dal buio io la sento respirare
mentre scrive la sua maternità
con un chiarore nero intorno al cuore,
mentre racconta al suo ritorno di qualcosa
che pur battendo così forte contro il petto
ha fatto risalire dal dolore
un mite dondolio da ramo a ramo,
qualcuno che si dissangua in benedetto
sulla soglia sempre umida del cuore.

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