Scopriva il silenzio con le mani religiose
affondate nel crogiuolo del lino-
gesti semplici, brevi, ripetuti-
tornava al ritmo del cuore di sua madre
al battito, i suoi passi;
e più di tutto, nella girazione,
tra i verbi all’infinito
voleva partorire-

con la stessa mano aperta di un bambino,
le sue gambe quando spingono nell’aria,
in cerca dell’uscita fra le cose.

Haiku di acqua e fuoco.
Nella sua postura umile
cullava un neonato fra le braccia,
la memoria del sacro respiro,
oscillando da una caviglia all’altra.

Il corpo tutto prese il movimento di un soffio
un canto lievissimo, neppure un canto,
un fa maggiore il suo bisbiglio,
il suo udito liberato

dal diaframma alla luce dei talloni,
la danza di un nastro che prende la forma
dal vento
al centro del cinabro
dove la voce è il gesto del respiro.

Amina Narimi