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È una tinta Silvana che mangia la morte
ogni volta che leggo una tua poesia
alle stelle selvatiche dentro le rocce
al buio dei bimbi nei buchi degli alberi.

Nulla è più vivo di chi rinasce,
come sporgendosi da una parola
e una consonante, una i, per esempio.

A te che conosci ogni mia voce,
sull’imbrunire, con la silenziosa,
che retrocede per andare in avanti,
ti ho domandato come sostenere
il ripostiglio dell’acqua dei fiori
per non smarrire sotto le foglie
il lungo esercizio della raccolta.

La tua parte invisibile si è fatta prossima
con una bambina dentro la gola –
Quella bambina – con le giunchiglie
portava il dono del nascondino
ai vecchi tronchi che hai tagliato –
riempiendo di cura i miei polmoni
con la forza dei muscoli, i tuoi, e il calore
del gesto che ha salvato tutta l’acquabuona.

Non ho visto mai danza più bella
del tuo essere, immobile, ai fianchi
nè un riso superiore a quello sguardo
disteso e profondo che avevi, il perfetto
fra le mie mani, ancora più piccole –

completamente spose
completamente spoglie.