Preparata come un cesto d’erbafrutta scese in piazza alla festa del tartufo
per scambiare la farina di castagne coi libri più sapienti e profumati.
Fra i seni di barbera e gli occhi brilli, di un profondo inesauribile, saliva,
dal ventre delle mucche rilucenti, il pan di Napoli alla bocca gelsomina-
dopo avere arrotondato i larghi d’aria nella stalla, fra le greppie, i più ostinati,
fece belli dalla carne all’erba zitta il grano con un amen, stupefatti-
con i grappoli di ghiande innamorate mostrava le sue clivie per splendori
dove i nomi hanno i mesi fra i più belli.

< i nostri piedi sono orecchie di ederlezi ! >
-giubilava con l’argilla sotto l’albera-
se nudi siamo il cielo e tu me stessa
non c’è osso non c’è carne che non sia
messa insieme con saliva d’alchemilla >

e minuscoli pastori, le sue mani,
pitturavano sui muri del mercato
l’ortobimbo luminoso e una giumella.

Fu allora che la pelle andò in rayuela-
nel sentire dentro il nome ripetuto
l’aperto che hanno gli occhi delle bestie-
il miracolo salato che battezza
nel verso inesauribile di un’upupa
davanti al proprio simurgh benedetto.

La mandorla di luce innamorata
cantò quel giorno, più del paradiso,
a millemila matrimoni nella pancia,
andando al blu di gioia tassativo,
dall’ombelico al timo nel profondo,
col viola del turchese come pioggia
sul celesterossovivo degli sposi.

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