A due passi da quando disegnavi
la lingua che hanno i fiori, dei neonati.
Insieme basta poco a riconoscerla –
un cantore di ritorno sulla barca,
la cipressa alla falesia, e il fiume Reno-

nelle otto direzioni, è dentro il vento,
il bisso che ora muove le montagne,
e il lago, pieno delle cime,
sembra sciogliersi in cascate, nelle gole.

Se viene colta, è un tratto nel respiro,
la piccolezza del rossore sopra il viso,
nel suo raccoglimento, nello slancio,
mentre si apre sul cammino in carne e ossa,
obbedendo, come solo fa un pennello,
alla danza impercettibile dei piedi,
nel luogo della sacra emanazione,
la coppia polare e la sua forma,

nel qi finale, quando trascolora,
fra la nebbia e l’aria limpida del monte,
un paese di foreste, che scompaiono,
al pari delle vele in mareaperto.

Non era certo la tua mano sul costato,
il bilanciamento del polso sopra il seno,
o la tensione di ogni muscolo del braccio,
era il nostro movimento ripetuto,
il sottile, quel partecipe al respiro,
che vibrava, con la mandorla, di luce
all’interno ancora umido di un vaso-

nell’alternanza così nell’apertura
Noi continua a ricevere e a donare
il nostro alito e l’inchiostro sulla carta.