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III

Il turbamento dell’annuncio,
il tu iniziale,
è un refolo nel petto che ti avverte,
e il passo, che lento gli somiglia,
avanza, vicinissimo a trovarti,
così potente da partorire luce,
con quel modo che fa tremar le cose
in una lingua segreta ad ogni altra.

Per scambiare il suono sacro del sinonimo,
che prepara la prima glossolalia,
tenemmo fermo il petto e le ginocchia-
con una eucarestia, nel vaso d’acqua
ricostruendo immagini per gradi,
per luogo di ferite e di servizio,
nel viaggio più notturno, nella gola-

mutando il nostro carcere in un germe,
in un agnello liquido e fecondo,
ricettacolo, infine benedetto
nostro compassionevole gemello.

Con un fremito tacemmo, per pudore,
che nel verde del sinoplo vive il rosso,
una voce, sua ruah, e il nostro uccello
dotato per il canto, ben nascosto.

Fu allora che spruzzammo con la bocca
i primi segni dell’amore rilegato.

Se spingi le tue dita fino in fondo
puoi sentire le incisioni della selce,
trasmesse dal respiro, sulla roccia;

con le ali superiori rosse e grigie,
il bisso d’oro, arrotolato alla conchiglie,
siamo noi, e i nostri organi lucenti,
come piccoli strumenti per il fiato,
s’accordano l’un l’altro, da principio,
al suono antecedente, l’avverbiale.

 

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