La voce si trattiene,
nell’aria piccola,
tra due frassini bianchi,
all’imbocco del vialetto –
discreti e a malapena
ci si accorge che esistono
per come lasciano passare
la luce che li investe.

Le spalle coperte dal vento
dietro di me
ad unirsi un poco, e grande
lo spazio creato dai rami,
tesse il nostro anello
come un’oecophylla nell’alzarsi,
e inginocchiarsi tra le foglie,
accostando tra di loro i lembi,
con una goccia di seta sulla fronte
che tiene insieme i nidi tra le cose,
dandogli sollievo
in un rosa pallidissimo, carne
nascosta nel nulla delle pieghe labiali,
lasciando al centro un altro mistero,
dove finisce la bordura.
Verso un pascolo incolto,
oltre gli alberi-lupo,

solo un alito resta,
dai granai alle clavicole,
come fossi contenuta
in una invisibile tazza da tè,
-o un grappolo d’uva
con una mente d’inverno-
mentre l’odore si espande
dalle sue profondità, come nubi
sfiorate lievemente dalle messi,
quando si aprono a coppa-
tra il pane di radici dell’albero
e la sua noce d’oro
incidendo i nostri segreti
sulle minuscole tavole dei semi,
per sopravvivere all’inverno,
come un bene pronto al volo,
ti rendo grazie, e canto della sera.

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