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Conosco l’ampio dorso del silenzio,
quando sporge nella sera, il suo colore,
e quando s’inabissa lentamente
nella calda giumella delle mani.
Dal così pieno nasce una parola
che si sussurra pronunciando Amen,
come fosse il suo risvolto luminoso
propagando a fondo lo splendore
ogni gesto trattenuto dal principio,
tornando nel respiro una poesia,
come fosse già accaduto prima,
coprendo tutti i suoni della terra
nel parto di un bambino che ti ascolta.

Così, tu, mi hai insegnato, per parlare,
a scrivere sui tronchi in verticale,
tra il paradiso delle voci impercettibili
e in cerchi, per colonne primitive,
un anello dopo l’altro. Nel tacere,
allargando gli occhi chiari, siamo insieme,
maturando per nascere tra i fiori,
ricordando come un’anima all’aperto
custodisce delle cose le figure-
la montagna per le ossa e il bosco vecchio,
sono gli occhi, e le cime la chiarezza
dei buchi dentro il legno e gli animali.

Parla ancora chè io possa rivederti,
come fanno le stagioni, e il bianco appare
trapassando da un albero a quell’altro,
in un respiro lento dimmi “ amore”,
e tutto si avvicina per Natale,
finché una lacrima compare nella neve
facendo come un arco e ricadendo
tra due forme di pane lievitato
con pochi decimi di efa, e un grano nuovo
sollevato al centro della stanza,
tra le nostre ombre di portata,
è un sorriso, che viene, non in sogno,
ma nell’ora delle nascite, e rimane.

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