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su-papai-biancu

Strofinava le parole sulla pelle
come un latte mescolato con la frusta
basta un eco una reliquia per montare
per vedere ancora chiari nella stanza
paesaggi e desideri con le mani
nominando quel che vede come un bimbo,
ed ogni altra cosa intorno assente
si addensava sopra il fuoco della notte,

risolta alla sua luce quasi nera,
nell’acqua silenziosa delle piante
rendendole visibile chi ama.
Fiutava l’anima l’abisso mille volte
nella mente la sua voce speculare-
assecondava il ritmo delle dita
versandole negli occhi un pane bianco
il canto interno di una donna in pieno sole.

Come se le parole potessero commuovere
le molecole del mondo ed ogni fossile
sciogliendosi al calore delle mani
risorgesse quasi a filo delle labbra,
e con un velo d’aria solamente
nella dolce ferita in fondo agli occhi,
offrendo alla sua veglia altra acqua
Fu allora che venne, che vibrando,

come chi tace una luce conosciuta,
si incamminò nello splendore dello sguardo,
per riportare il suono alla sua meta,
strofinando sulla punta della pelle,
in luogo delle sillabe e di accenti,
su papai biancu e benedetto,
liberando dalle mani della gioia,
nel parto del suo nome il suo sigillo.

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