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Pasqua delle rose è venuta così,

a corpo nudo, sotto i resti della yurta,

l’odore di un bambino,

nella mia visione semplice,

dividendo la nostra stessa cura

intoccata e lieve.

Qualcosa si è volto di lui,  si è aperto,

ha offerto il passaggio al morire del tempo

due giorni e ottanta mondi

il giro di distanza,

due forme di pane lievitato

con pochi decimi di efa

e un grano nuovo, sollevato,

al centro della stanza. – Col suo premio

 

eravamo tutti insieme antico suono

nello stesso luogo delle bestie

a cospargere il secco di rugiada,

con tutta la gioia sulle spalle

e i nostri bambini nelle bocche

che parlavano all’indietro

con una voce profonda, e perfetta

 

una tale bellezza attendeva il canto del grano

l’aratura dei campi la semina e noi-

fino alla benedizione dei granai-

quanto ridere, per i sentieri di giorni e giorni,

nella cavità prodigiosa degli sposi-

una ciotola appena e il primo anello

del vuoto posava l’orecchio

sul petto degli alberi- lo stesso sangue.

 

Con lo stesso sangue  caldo

fa di me la tua mano

spezzando i vasi rossi, il rito e l’occhio,

in modo indelebile al germe al cenno

al neuma- dell’ultimo raccolto,

la più debole voce che si leva

coprirà tutte le lingue. E tu,

visibile alla luce che solo il nulla descrive,

tu, con la stessa lingua,

respira,

a suo modo, canta.

 

 

 

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