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per rendere la rosa

E’ così la grazia,
parla in un piccolo alito,
a cui la mano aggiunge il segno
nel petto, l’orma della tua poesia,
era e sta.
Con desiderio-

mentre affondi nell’inspiegabile che avviene
nelle profondità della mia carne
col piedirosso sulle spalle
come zampette di colombi,
e un pizzico dello sciascinoso-

niente più ci separa
dall’assenza,
dove riempi d’acqua le tue mani
per dissetare le amate barbatelle
metterle a dimora allineate,
tenendo unite le radici per il verso,
con amore
per spingerle nel fondo della terra
lasciando appena fuori l’ombra
di un sorriso
batti piano e intorno
a piedi nudi
un piccolo pozzetto
per l’acqua del futuro.
C’è odore d’aramèn e dello zolfo
del sudore. La tua terra è viva
dalle falde alla tunica di pelle-
è o’ pascone, vai cantando,
il sovescio d’erbe miste per purezza
nello scasso del terreno che proteggi
ammorbidendo le radici del violetto-
col favore del tuo sole, della pioggia,
le dolci potature annodate con i rami
come fosse un modo di sfiorare,
poco prima che abbia inizio il pianto,

ed ogni volta, in sette movimenti,
sette nodi, nasce la tua vigna,
e muore, per rendere la rosa,
alleggerendo il fiato
fino all’inno.

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