Col viso accolto nel silenzio
mi hai mostrato come fare
a raccogliere i fiori delle felci
con le mani a lume della luna,
come un’ostia, immersa dentro i fossi,
contro l’erba dello smarrimento

quando benedicevi la vallata
nel più semplice dei riti all’orizzonte
seguendo i vitelli al primo pascolo
con i semi alzavi una canzone
madida d’eterno. la tua gioia, ora,
come un’erica che sbuca nell’inverno,
cammina a piedi giunti col mio pane-

una mano smuove il filo del silenzio
e si lascia cadere nello sguardo
qualcosa di esistente come il nulla
negli steli più lontani, in cima agli alberi-
legandoci al passato ed in avanti
giacendo accanto a noi, come una bestia,

conosco l’ampio dorso del silenzio,
un animale sempre vivo
quando sporge nella sera e s’inabissa
nel profondo della pancia, lentamente,
quasi fosse un suo risvolto
per quanta cura c’è, e discrezione,
nel tu del gesto che mi ascolta-

come un nido che sognando
inizia per cantare nello spazio
sporgendo le sue ali come fiori
propagando a fondo lo splendore
che accompagna e segue ogni parola,
l’indicibile che abita nel verbo,
che ricopre la risposta trasparente
quando torna a trattenersi nel respiro,
nel paradiso delle voci impercettibili.
Così ti parlo, clandestina,
nei miei piccoli campi della luce,
godendo fino all’estasi dell’ombra
per assumere le nostre solitudini
a legame disumano, in questa vastità:
faremo un altro viaggio e un canto nuovo
allargando gli occhi chiari come pozzi
per i fiori trasparenti delle felci
ci fermeremo alla stazione delle immagini
raccogliendo il tempo in unità

si chiuderà la notte,
come fanno le stagioni sui ciliegi
quando il bianco appare d’improvviso
e il verde va da un albero a quell’altro,
finché una lacrima compare,
finché la rende visibile una luce,
facendo l’arco e ricadendo come neve
per quando sarà grande, per quando tornerà
a sprofondarci dentro, smisurata
riprendendo la poesia, nella parte dell’inizio
risorgendo originaria la parola
ogni volta che ti vedo –

                               eternamente.

eternamente

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