C’è la questione del passato,
uno stato glorioso,
quando non respiravi.

Fino al nulla  puoi ricordare
senza memoria  cosa facevi
otto giorni prima di entrare
nel grembo di tua madre,
dove hai chiuso gli occhi
e sei scomparso

un essere. A volte si sente bene
la pelle,
è il nascondiglio della tua illuminazione,
l’universo che tu sei nel sonno,
nel sonno profondo della veglia.

Dallo spioncino  puoi vedere
dal filo d’erba all’infinito
il genitore, l’ultimo, senz’occhi,
il testimone solo, la radice,
che avanzando retrocede,  
come un mantra,
che affonda in cerca d’acqua
Se posi qui la mano,
se bevi la preistoria tra le ossa,
il caldo umano che ti offre
è la  poesia
che da te si leva, e dappertutto
riposa le dita dell’amore,
nel cavo dell’onda,
i tuoi fragili piedi. Sulla montagna 
strappa il cervo irredento
alla morte dell’eterno,
gridando la parola favolosa
nella gola del torrente
donando il nostro nome
come fosse una culla
dove va a posare il mormorio
della prima goccia d’acqua.

Proprio dentro le  tue mani
palpita la gioia
tra vergogna e riso
sorregge gli sposi
con le fiaccole negli occhi.

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