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il libro dei doni

Fa  vedere l’anima

di spalle

senza bisogno di voltarsi,

con la schiena incurvata sopra il secchio

mentre gira l’orzo con le braccia

e le mani come a trattenere

seni gonfi di latte.

Ha  una voce d’amore

il fiato caldo tra le scapole

ricostruisce l’unità

nel più semplice disegno.

 Comincia con le orecchie la sua storia,

la discesa dolce in fondo al ventre

di un padre col neonato sul capezzolo,

quando preme l’esile membrana

del risveglio,

il verso non formato ancora

e la carezza,

che dovrà percorrere la mano,

dallo specchio al volto.

-mi sono amata tanto,

per amare,

ho leccato il sale in prossimità del suolo

mi sono vista fiume ed alveo vuoto

 poi ancora acqua e dèi,

la linfa dell’ulivo,

un vino nero senza Dio. Negli occhi

il senso misterioso delle uccelle

quando covano nel ghiaccio

 i rami rigidi dei pini,

il grido delle foglie di oleandro

 finchè un cervo

 in mezzo al petto

trattenuto dal morire

non mi venne a respirare con violenza

fra le ossa

 in questo mondo. E’ così la morte,

un  solo chicco,

ma la risaia è immensa, e oltre il cuore

c’è un bambino-

nel crampo della pancia,

il suo  puntare nella stalla

a chiamare gli animali con la gioia

appoggiata sulle mani-

che risale le rapide del fiume.

Lui solo può cantare

come fa l’arcobaleno a venir fuori,

col profumo ricurvo di bellezza,

la splendente creatura

che da basso,

più forte di una forma,

riverbera l’eterno.

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