Una notte intera ferma poco

l’uovo luminoso da cui nasce,

lasciando buchi

in ondate che si estinguono

come allunga la mano alla mia tesa,

capace di splendori. Come pazza

mostravo tra le mani una canzone

contemplando un’altra forma dell’amore,

come un Dio inabissato che risorge

con la freccia inavvertita, che non brucia.

Un evento naturale. – mi ripeti-

Custodiremo questa grazia pura.

La bianca, ancora intatta tra le dita,

distribuendosi in un’ombra appena nata

del bambino dell’albero e l’uccello,

ci rimanda nell’orecchio l’amicizia,

la parola favolosa sulla carta,

col suo nome primitivo prende forza

offrendoci la gola, schiena a terra

nel viso silenzioso dell’infanzia.

Senza paura ci scambiamo il sangue

con le dita passate sulle labbra,

appena incise con la pietra, rosa.

la vertigine è il linguaggio,

più argentea del lulan mosso dal vento

più madre di una lepre nella tana,

una tigre nata al buio della bocca

quando porge il muso insanguinata

e muore

affidandosi al segreto: che rimane

è un calpestio di cervi nelle vene-

nello stadio del respiro fuoribordo,

una danza nelle fiamme per soffiare

col silenzio sulle spalle di un monsone-

purificati, senza entrar nel Nilo,

nel rosso mistico dei papaveri da frutto,

con la grazia più violenta, far l’amore

in una via qualunque del mattino

con la lingua colata nella vita,

per donare, con la bocca ancora calda,

la mistura di una luce così intensa

-nell’acuta tensione, nel contagio,

ha qualcosa di talmente oscuro

l’odore della nostra cerimonia

che confonde il senso fino a quell’istante

cieco col vedere che si accende

da se stesso, che s’incide come carne

che raccoglie la bellezza.

E tutto è obliquo, come il mio tremare

che non cessa di discendere e curvarsi,

in ogni anfratto scuro, trascinando

con sé il tempo, dove l’iride risplende

senza distinzione, fecondando

il gemito, il sussurro destinato :

allora il punto più vicino della terra

non è il punto del cielo più lontano,

di qui la pace che discende

del mio sentirmi insieme allo scoperto

e al centro di me stessa. La parola,

liberata dal linguaggio

non è lontana dal silenzio

e comunione

Gauguin noa-noa

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