Cecilia Fesser 1Nella casa del Toro, la quindicesima,

conducevo il bestiame ai falò,

il grande cervo alla sua sposa.

Mi portavi dentro maggio, incandescente,

con le bacche di ginepro e di lillà

nell’orifiamma impuro della chioma,

aprendo il grembo dei colori, penetravi

purificando l’eros, con audacia,

l’amorosa ondata in seno

palpitante di io sono

dove si nasconde un Dio

Se tocco con le ceneri la bocca,

gridando come fiera il desiderio,

così limpida diviene la memoria,

e la voce fiorisce dalla terra

come ruote dorate tra le braccia,

andando più lontano della fede,

sul fiore stesso lei si adagia, e gode,

mangiando il vino più profondo del pensiero,

nutrendo gli occhi. Fino all’allucinazione

il femminile cinge il forte verso l’osso,

sradicando ciò che non è ebbrezza,

per andare al centro della rosa

per introdurti nel ventre di mia madre,

rompendo il guscio al mistero dell’estate.

-Nella casa del pane occorre fame,

come linfa dopo ogni regressione

nell’occulto dell’ inverno. Non è forse

il chicco del tuo grano il figlio stesso

di chi lo suda con la forza,

con la fecondità del toro,

disposto ad aprire le sue viscere

Al torrente di Gihon?- Salendo sposi

c’è un sabbat

nella partenza di Beltane

che anticipa l’aurora:

da un’altra altezza si può amare

da qualche parte nel profondo

congiungendo alla passione la purezza

come il corpo della donna, che vibrando

della luce della carne liberata,

copre il Cristo in una stoffa, nuda.

E tutto è nuovamente

senza fare mistero del segreto,

prendiamo ancora il volto che avevamo,

la spinta d’amore, prima di nascere.

Annunci