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Angelica trasforma le parole
con i gesti più brevi della pelle
in quel fiuto di speranza si solleva
qualcosa di privato, le sue azioni favorite,
vissute nei colori,
con la danza delle mani intorno ai polsi,
nel reciproco sfiorarsi, mi entra dentro
imparando dov’è che deve andare col sorriso,
col sorriso leggerissimo all’incrocio,
a non sprecare nemmeno un movimento,
rivelando più realtànascoste, in un secondo

 

si riaccende una gioia intraducibile
occupando il tempofermo in qualcos’altro
diventando il rosso un avamposto
per vedere al centro di un accampamento
eppoi la prateria.. Si abbassa ai vetri
la visione, in cosa viva,
Figlia del vento e complice-
per non dimenticare dove tutto ha avuto inizio-
dalla rosa, tra i capelli, in Romania,
al temporale, fra i suoi denti d’oro-
piegando il capo per il pane in altre bocche
nel gelo della sera, ubbidendo alla natura,
con le mani macchiate di dolcezza

dove sarai già eri, per me, ogni mattina,
oltre la tua pena, un incantesimo
nell’offerta di sei fazzolettini,
con la danza segreta delle braccia,
pari solo alla nascita di un fiore
che t’inonda, di tanta meraviglia

giunta fino al verde… Scrivo,
di te che non mi senti, ora
dove l’odore della pioggia cambierà
i contorni del tuo viso, mentre esclami
con gli occhi chiari e poi la voce insieme
che dice: “mi dispiace di partire
di lasciarvi tutti fermi al rosso”
allargando tutto un mondo con le mani
come stessi abbandonando una colonia,
dei piccoli animali, da tenere a bada.

Un oroscopo commosso nel commiato
delle sacche intorno al palo della luce
e una porta che si apre, tra i saluti,
una piccola elegia, eppoi lo strazio
l’impulso ripetuto del segnale, i clacson
lungo il viale Benedetto, la partenza tra le mani,
le nostre, strette, con la certezza di altri doni
tra lana colorata sulla schiena
sospinta dalla tua bellezza, solo il tempo
di gridarti ancora- Angelica! abbi cura
Abbicuradite ragazzamia..

La tua assenza avrà gli occhi per parlare
un’altra lingua nella musica che viene
da là, dal marciapiede, il nome solo,
ogni mattina di chi con me ti cerca
per dare un senso all’azione dell’incrocio.

Ricordo ancora di quel giorno ,
quando lampeggiava guasto il tuo semaforo..
Ohh.. Angelica ! con la voce disfatta dalla grazia,
ti allargavi con le braccia mai senza sorriso,
per dirmi al volo che Dio ce l’ha con te
Perché La veglia del rosso è una preghiera
al tuo lavoro. C’è una nuova Angelica da ieri
che muove fazzoletti sul semaforo
con un gesto secco e senz’odore,
del tuo splendore, sui resti dei vestiti,
non c’è nulla. solo i piedi, che sospingono
la voce a te dovuta ancora in bocca:
il tuo sorriso che emerge dall’oscuro,
come penetrasse tutto un popolo una terra
capace di rinascere qualcosa
come le focacce d’uva luccicanti
tra le gazzelle e i cervi dell’incrocio,
mentre vai a te eppure vieni
verso l’altro, come se tornassi a casa
tra i cardi e le pietraie per radici
mi lasci in fiore un minuscolo alveare
e un soffio che porta il nostro alito
nel posto dove tu non muori più
di freddo

 

Tutto è più vivido stasera
di quanto era reale appena ieri
nel tuo modo di far scendere la pioggia
sotto l’asfalto che reggeva il giorno:
tu rimani, in un piccolo infinito,
nel cuore di Bologna, appena fuori
che mi chiama, nell’ombra che risale,
come un arco teso dove manchi,
al finestrino-
è una piaga luminosa che ora batte
che preme per saperti alla tua terra.

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