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Tornano ancora brevi come lucciole

le voci colme di chiarore dentro gli occhi

il centro è raggiunto, la casa del mondo,

se a sera ci raduniamo sopra il prato,

un’ombra fuggitiva di piacere

si fa immensa, grondando di bellezza,

nella luce da cui spiccare il volo,

se nulla più trattiene, il velo

si alza muto. nel rito di purità

mi manca la tua lingua il lago e il bosco

eppure, nel vedere sorgere il mattino,

dove finisce il mondo della carne

per toccarti sul confine senza morte

con le aureole più piccole di pane

insieme al patimento delle spine

ricominciamo l’ederlezi delle rose

dove i venti siedono, sfiniti.

Ravvolta nella grazia del mistero

si fa luce tra i carboni in mezzo al cielo

la tua nota, che termina con eos-

era solo ieri che di lei sognavo

che bruciava diventando vita

nella stanza di commiato sotto Ischia,

dove crescono semi e fiumi e vermi,

una camicia di stelle di fuoco sulle spalle

tra melodie degli occhi lividi di pianto

veniva dal nulla, nella danza di Siva,

offerta alla luce migliore,

una fenice vicina a morire

cospargendo il suo nido di fiori

dentro una nicchia di sole

rifiorirà, accovacciata sull’erba,

per l’ultima meta d’amore

guardami adesso, mio signore,

dove ancora sogno sui giovani alberi

ti racconterò di come entrammo

dalle vene luminose degli sposi

per la dimora preferita, nella mandorla,

a San Severo, tuedio

scavando un tunnel lungo fino in Tibet

per condurre insieme i nostri anelli,

anche quando fa male, da luce a luce

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