Si fa strada la visione in altro luogo-
si distende per minuscole fiammelle
come cibo di un’aquila di mare,
non un’ombra di pensiero,
canta per l’uccello in molte vite-
un albero e un bambino, già lo sai,
se vieni nel mio corpo con un seme
della stessa gemmatura, di realtà,
col suo agire silenzioso e necessario
nelle falde carsiche e lunari
abbiamo in gola l’umido e marmotte,
se ti muovi lentamente all’acquabuia
puoi vedere i fantasmi di ogni giorno,
ma se sventri con le mani quella luce,
che traspare mentre alziamo i fili d’erba,
danzano cadendo le parole
dov’è che poi si torna sulla lingua
con la nuova carne muta che diventa
ghiandola mammaria, seno e latte,
una piccola morte nell’orgasmo

la respirazione del sacro, ecco cosa,
è la sua bocca socchiusa in armonia,
sull’acqua appena scura dell’uccella,
lo strato del restare per la fine
del percorso animoso dei polpacci,
per impararsi a testamento, come fiumi,
con le schiene a pelo d’acqua che si toccano
da dietro al nostro sguardo. Come muti

a passi magici nell’uovo torneremo
guardando senza fiato dentro il cuore
dall’ombelico delle fibre luminose
alla sfera d’energia dei nostri sensi,
uniti con agguati, intenti e sogni
per creare dal fango senza gli occhi
un fuoco dal profondo, dal punto di splendore
un gesto caldo che rivede, che battezza,
un luogo nostro, dove l’io ritorna
un noi d’amore e molto altro ancora.

Come un dono che vacilla tra le labbra
veglia anche nel sonno della luce,
una corrente maestosa di vigilia
nel bosco dei respiri e di parole.
Ho sparso delle ceneri al crepuscolo,
tra le fenditure di ogni mondo,
per quel bambino nostro, e l’animale
che stanotte passerà per primo
sará il pulviscolo dorato,
la scintilla bluoltremare
la preghiera più profonda e il nagual
dell’incantesimo infallibile che siamo.

Ti riconoscerò dai filamenti
che mi hai lasciato dentro-
con l’impeccabile energia,
di cui mi prendo cura
-nell’utero dei sogni, c’è il tuo cuore,
che acquisisce conoscenza. Coi suoi flutti
continueremo a farlo dappertutto
con la luce dell’acqua e con la gioia
con il fuoco e con le gambe, con la schiena,
e con le stelle ed i capelli, tuedio,
nell’impeto di grida e di sussurri
dove svettano i tre pini sugli dei
e un dente di giaguaro appeso al collo.

La tua curanderia nella penombra
annuso per la terra e aspiro ora
qualcosa d’invisibile e solenne
del sapore che conosco sotto pelle,
e ripetutamente inondo un canto
che una farfalla è un fiore, in pieno volo,
mentre sogno per milioni di lentezze
la nostra anima profonda in altre vite,
che viene in dono, e lo fa nel sonno,
coi passi magici e selvaggi di un puledro.

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