Sporgiti dal paradiso solo un poco
da un punto del cielo all’azzurro,
tra i fili di pioggia sull’albero
sono pronta a bere col ventre sollevato
dove una farfalla si accorda con la luce

 

C’è un passo veloce che ora ti somiglia,
che calma la terra in pozze di chiarore,
dentro brilla un porziuncola di pace,
una viola de fado che sorride
portando l’acqua tra le pietre.

È tutto molto semplice. Ma domani
andrò dal babbo con il pranzo cotto,
e una luce cruda per non piangere
se mi porterà nella tua stanza
a chiedere del respiro d’oro che faceva
la morfina. Nella stretta delle mani
ti chiamerò, sottovoce, per raggiungerci,
come un albero che si piega per i frutti,
e con le dita, per rafforzare le parole

avrò il coraggio di tenere le sue spalle, piano,
come coi rami più fragili e sfiniti,
quando farà il viso del “perché?” –
mettendo tra le mani la dolcezza
del dolore – immenso nei suoi occhi chiusi,
sotto il peso di quella leggerezza,
con un amore tenuto stretto come
un bastone, per riprendere il respiro
dentro i boschi, gli dirò:
il nostro dovere è di essere felici.
Bisogna testimoniare la sua luce. Vieni.
Ogni cosa che è qui è solo qui. E ora
piove, e ci sono da svuotare le grondaie.

Avrò il respiro tra le braccia come un cerchio
di ricordi che si chiude, che si ferma sulla tavola
a raccogliere le briciole del pane. Usciremo
come nudi nel silenzio faccia a faccia
nel vuoto che c’è, e che farà, come fosse oro
sotto il patio, stringerai le foglie tra le mani
fino ai piedi, bagnandoli nel tempo
più sacro, avrai il mento in alto,
come qualcosa che vuole dire
Un Dio lo sa, dove fare ritorno.

Mentre ancora la luce si nasconde
sporgiti dal paradiso solo un poco,
nel vicinarsi di domani, un’altra volta,
da un punto del cielo, su mio padre.

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