Il volto che non raggiungo me lo dice- la femmina
del profondo, con una lingua sua,
vede le cose parlare,
come appena presente, una famiglia
che sopporta l’essenziale con coraggio
:la contemplazione senza polmoni fissi,
respirando lo spazio, prima, poi l’aria,
e le cose che lo abitano- cercando un punto
sulla fronte, con l’anulare della mano destra
lo cerca, chiudendo gli occhi, senza significato,
con una dolcezza vista soltanto nelle foglie
quando si sdraiano negli animali, a terra, poi

 

non guarda più . contempla nello spazio
una sfera di 8 ettari di medica, infinita
in sé presente nel suo vuoto, danza
e danzatori insieme, noi superando_
_ci siamo bagnati senza separazione
senz’acqua lavati via le croste con la luce
in ginocchio, pianopiano, celebrando il dono
impossibile da nominare, così sottile
che perdi la strada con le parole. Come valli
vuote nel movimento come tronchi
sinceri, come acqua torbida che sedimenta
andando alla quiete, alla sorgente colma
della voce che vede le cose parlare
quando ancora non sono presenti

lì, dove abbiamo seminato la placenta,
quando la neve è all’appuntamento,
si addormenta la foresta con le mani
a quattro zampe: c’è un piccolo paese
tra le nostre dita, coi lumini sopra i piedi
vicini si vedono in lontananza, si fanno visita
nel sogno, e nel cuore della bocca
nasce il nome, gemendo, dalla fronte,

ti goccia negli occhi

così ti scrivo, senza guardare,
nello spazio puro, che danza immobile

l’amore

piccoli soli neri

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