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La lucentezza di un girasole

narra una storia d’argento,

i suoi occhi un bracciale di fiori.

Alle spalle uno splendore.

È lì che giungo. Namastè

e m’inchino al corpo che conosco,

al contatto che apre con la pelle

per sapere se mi sono mai sposata,

ti mostro il palmo della mano

aperta, e vuota

 

è nella bocca il latte che hai versato

attraverso le pupille, in vasi d’oro,

come inserirsi in un canto centrale

a un’altra voce e controtempo,

ciascuno all’altra rivelandosi

nella zona della lingua. Sono sposa

 

quando seduta sulla tavola ti cerco

e batto coi talloni la spalliera di una sedia,

contando coi respiri il tuo arrivo. Già lo sai.

Con un cucchiaio chiamo il sole

a salire piano per entrare ancora

 

Son talmente nuda di colori

e non esiste oblio più grande

di ritirarsi in te, in questo centro calmo,

saturo d’aurora,

dall’intimo che sale nel silenzio..

 

e l’occhio ricomincia all’infinito

a vedere il dramma di energia,

lo spazio che si offre all’immaginazione

di un mondo aperto e chiuso da un ventaglio,

nell’istante di assenza del vedere,

la cecità del battito di ciglia,

per la costruzione della più segreta luce

 

il lenzuolo con le impronte dello scambio

è una tovaglia chiara di cotone,

che stendiamo con fatica nella casa,

contiene vento il muro e un fuoco insieme,

che si accende nel reciproco parlarsi.

 

nel mio mondo piccolo- di stare tra gli spazi

da e con il corpo, che a suo modo invoca

un continuo basso- là, dove cantano gli amici,

nasce Dio, dove credere è ascoltare

che cantando si crede. Nella notte più radiante,

luogo per luogo,

partendo dall’intatto per curare il rovinato

dei beni amati, immergo l’ossatura della schiena

del torace dei nervi delle vene, tutto,

nella tinozza d’acqua con l’impasto di cotone

e giro di continuo con le braccia,

fino al foglio più compatto

disteso poi a giorno su un panno morbido di lana

e uno dopo l’altro salgo sopra con i piedi

finchè tutta l’acqua lasci l’umido soltanto

ad asciugare sullo stenditoio, per incidere a calore

il simbolo dell’8, con un cartiglio, i tuoi ricordi,

pieni di preghiera e compassione. Non è sogno

la cura di noi stessi che saliamo in cerca d’aria

di un tempo primo della vita.

 

è un’ora comune per tutti, e per lei

era l’ora delle ombre degli alberi,

che oggi quasi non si distinguono da te,

esponendosi all’amore verticale, l’assoluto,

che ti viene a trovare nella stanza, quando credi

di stendere le sue camicie fuori al sole

dove il vento fa l’eterno. allora scendo a quelle madri,

alle sorgenti, secondo il comandare del mistero,

quando Lei mi passa via leggera…e tu rimani

annuncio dell’illuminazione senza luce,

finchè l’aurora si riversa ancora e lascia

nell’incanto del giardino impresso il simbolo

dove si compie quella storia, nella rosa dei destini,

verso sud, dove l’Akhal-Tekè, nei suoi deserti,

ignora ancora il celeste della neve

 

severa madre che disseta il ventre, bianca

tra i segni dell’inchiostro e dove fu una rosa,

dall’altra parte del silenzio, io mi genero, parlandoti,

nonostante l’ombra, e una memoria delle mani,

di una pelle che va sopra i vestiti

riconosco la chiave antica, di una strada,

posti dove andare più di prima,

e muri per i polsi, a riprendere il respiro,

case che fanno credere alla luce

chiusa tra le dighe. Me lo dicevi

sicura, dentro la tua vita. io ti credo

Namastè Yurta (1)

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