Anche il più lontano dei volti

parla di una madre. Corpo a corpo

avevi un segno sulle labbra come un fiore

che ti faceva respirare

anche sotto tanta neve

lassù al pianoro

quando il fieno è già al secondo taglio

come ora

il mio sguardo si è fermato,

dove la quercia si carica dell’ombra

dove non riesce più a germogliare,

nella carne pallida, ed è ugualmente felice

prima di sparire. Ti vedo danzare

di nuovo, come un corallo rossovivo

riprendere dall’inizio della morte

in questo spazio aperto mai finito

rispondo alla chiamata

nel gesto più semplice, dei singhiozzi,

scorrono oltre il sale le mie mani

e con il tuo spirito mi tocco:

fiorisci, e respiro più a lungo

sospiri, ed io lo stesso suono luminoso

che ti ha portato via

disarmata e nuda

credo nel credere degli alberi, nel canto

più antico della pazienza, del polline

quando ricomincia, fecondo e vago,

per condividere la gioia. Sei rimasta

piantata per terra soltanto/ morta/

con rispetto, come un’opera umana

del passato, emetti suoni

incidi ancora sulla luce

i passaggi dei sogni e della pioggia

con un odore di muschio/ vivi/

fai ancora meridiane . sui fianchi dell’altura

 

10 agosto 2096mi sono costituita al tagliaboschi

:sono io le garze appese ai rami, tra le ossa

l’accudisco, mentre regge il giorno con la fiaccola

e mi offre un fascio di papaveri, di spighe,

dal suo tronco corinzio. Come un rosone

orienta la mia preghiera della notte

dalla finestra. Tra il viso di Bruno e i suoi arnesi

si è fatto come il vuoto

di una contemplazione montanara,

e di un pastore . E’ un atto di pietà l’assolvermi :

“che la quercia riposi dentro il suolo

per onorare i morti” Senza lutto,

ne coglie la bellezza. E tutto è ordinato

per restare. con il timbro e il suono del silenzio

nella gola dice sì , poi, con una mano alzata

sul pianoro, avverte la mutazione della luce

e dove l’aria profila il movimento

concede il suo Senhal: rimane tua

Manuela Carrano- alberi su garza

Opera: Manuela Carrano- Alberi su garza-

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