Nel sacro cerchio dell’assenza
splende  invisibile il ricordo,
come nascondesse quel che svela,
dove noi siamo più vuoti,
il suono bianco di una lingua
dentro il tocco dell’aria:
anima e corpo in una tazza
d’acqua fresca, che torna alla sua terra,
chinando il capo,  nelle mani di Dio.

Nel gesto nudo e vedente insieme
possiamo prendere respiro
da quell’albero nero della notte
filtra ancora un sole come argento,
il silenzio da cui affiori,
si posa sui tre pini, e  sul tuo noce,
in questa sera umile, la pace.
 
Nel distante odore che m’invade,
io ti ascolto.  e un poeta è l’albero
-al centro della sua figura le pupille-
bastone segreto e testimone estremo 
impregnato di visione,
come dopo un lungo viaggio,
quando rimane il tempo leggero sulle braccia
senza vestiti e il ventre magro, alla stazione,
fradicio di gioia , dell’amore fatto,
che batte nel cervello come un polso
quando in cielo, la stessa ora di ogni sera,
c’è una nuvola, nello stesso punto,
che cambia solo  di colore,
fino a perdersi, nel  bianco più lucente

è una casa senza peso e di preghiere
un lungo lascito di sogni,
che confonde l’immortalità della ferita
con l’imminenza della Pasqua,
spezzando  il pane- come una prima madre
che divide la notte dal suo latte
mantenendo solo il seme al buio-
per ripartire da tanti anni fa,
con i sassi sotto i piedi e le farfalle
nel midollo, senza sosta, e nel sorriso
 
Tutto va alla foce di quegli occhi neri
nel restituirne la bellezza,
per come segue, nella  luce,
se tocchi questo muro della pelle,
tolta l’acqua che ho negli occhi adesso,
vedi che si muove ancora il giorno,
che risorge  sulla creta  dei sentieri
per mostrarsi nell’intero della voce-
se  solo tu conosci il timbro
e il sogno gonfio della Pasqua.

Lassù condurrò il babbo, sotto il  noce,
a respirare come figli piccoli. Forse tornerai.
Tornerai nel vento a fermare le sue lacrime,
nel punto esatto dove nonna
coltivò la tua placenta, con un fiore.

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