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Ascolto, dentro il vaso di cristallo,
le cose che non conosco, la radice
e il cielo tra le mani:
i suoi passi lungo i vicoli di Praga.

E un taglio netto si apre sul leggio,
la ferita del bordo screpolato,
è la cicatrice che portava sul tallone
per quella distrazione della rosa,
mentre i vetri scivolavano per terra,
e i gesti lenti della fasciatura, poi,
serene confidenze del regalo

con gli occhi chini nell’anima del vaso
ho la tua parola e quel foulard
che si slega, e che si apre
al viaggio della sete,
che si ciba di memorie
per unire il tuo tessuto al canto

ma la parola ha lacrime stasera
che tintinnano sulle ossa di cristallo,
e gocce d’oro, dove finiscono i rumori,
poco a poco, tenere di pioggia.

Lo so. Sei qui. Nel cerchio della vista,
soffiando al tempo come puoi:
siamo ancora scalze per le strade,
nella roccia cava di quel cielo, e brilla,
tra i tuoi capelli neri, come una corona,
anche il dolore, ridotto, infine, nell’ascolto,
penetrando nella pelle a lavorare-

 

la sua energia è un taglio sopra il cuore,
trasformazione sulla carne in luce
tra le mie mani tese e la tua offerta,
siamo confuse col nocciolo divino-
nello spazio di carità del Nostro vaso

c’è un mistero grande, al centro della rosa,
un manto umido, messo da parte, come sacro

dolden III

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