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Era piena di grida la casa

più non vinceva la luce

il peso della morte necessaria

C’è un senso di larghezza dolorosa

che mi prende contro i muri della sera

incapaci di rispondere al bisbiglio

quando nomino del  bosco la preghiera

e non bastano a far giorno le lenticchie

nell’ovatta dove crescono la voglia

Mi sono presa cura della casa,

del male incognito da dissodare dentro,

facendo uscire i nostri corpi dalle porte

per camminare là dagli alberi,

dove c’è conciliazione ancora vergine,

colmando di riguardo e  riverenza

dinnanzi  a quel che è più di noi

qualcosa, l’anima

Il ritrarmi  tra due innamorati

reclinare  il capo, tra la ginza e l’abete,

tra la grazia concessa a chi dona un inchino

è pietà che mi lega

nella loro dimora

è religione d’antica eusebeia

qualcosa di libero e sacro

che fa spazio all’incontro;

è  lì che mi chiedo che cosa

stiamo facendo per casa

dove si svolge la vita

la notte che grida la parte

dove si erge il male finito

prego i miei  alberi

alla sapienza più grande

di sapere morire

permettendo di nascere ancora.

Ritorna l’anima ai muri, ritorno io

simile ad un albero,

a guardare  le stelle del mio focolare

tenendo in mano un pugno di terra

negli occhi la linfa a toccarmi la carne,

nel pieno di una fiamma, il ventre nudo.

Entra  svuotata e gravida  di luce

nel peso di una vita la dolcezza

ritrova  quella  mano per tenerti

come un viaggio infinito  tra le ombre.

15-12- la ginza

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