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 Troppa l’aria nei polmoni

 fino a perdere il respiro

 l’alfabetario di costellazioni

 saturo.

basterebbe fare campo

cristallizzare negli accumuli il passato

nell’immobilità dell’ora.

continuo

ritorno alla lingua fluida.

dell’infanzia

inconsapevole quiescenza

 in transizione. Guarda il cielo

 come una voce fragile di donna

 a polmoni prosciugati,

palpita  la cima  alza la neve

festosa

non torna come un sasso non cade

 né un lamento della linea

che non rimane in alto

 che un minuto

 posando sotto la mano il suolo

 lisi finimenti tra le dita, sfinita

 finchè  il morso è nudo, in atto_

 _di fiducia narra:

 Non so per quale soma-

 come l’ape dell’esagono la fine

 la fede spinge, avanti i musi, a bere

 i passi agli animali che non siamo

 per la spremitura ultima del succo:

 l’_ottava,  inconosciuta luce.

 avvolta nell’antilope commossa

 la sera fiuta del futuro gli occhi

 esaudita sotto più alta tenda

Cerva nell’Haoma dell’Avesta

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