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Schiaccio gli occhi intrecciati in otto fili d’oro

seguendo il ritmo delle stagioni affondo l’iride

nelle uova sigillate in cera d’api.

Leggo gli uccelli nel vento: so che sta per piangere.

Non cambierà mai, come il canto del tucano

Ti evoco. Vedo con i tuoi occhi

dove torna l’ll sogno il colore ancora cade

.. Respira, anche se non te ne accorgi-

come stare immobile nelle acque basse

mostrando la ferita della rosa berbera la spina dorsale

Me l’aveva fatta Lei mentre dormivo, la notte di Natale

incidendo la spina al fianco in una sola linea,

lunga , sottile fino al polso, nel palmo trasparente

i petali volti a sera nel loro agire intorno al centro

lisci di silenzio come un aquilotto incappucciato

Seduto nella stanza accanto un albero cresceva

carico di cieli , suonando col piede di un bambino

stringevo nel pugno il suo respiro vergine

il ritmo che pulsava il nostro sangue

si faceva indistinguibile

stabilendo la fiducia a volare via dal braccio,

a far ritorno, mescolandoci – mai definitivi.

Al risveglio ho preso l’aria che nasce tra la rosa

a far sciogliere la neve il tempo che riposa al fianco

-potente profumo il sentiero del dramma

quando tutto schiarisce intorno-

incessante nel vuoto saprò danzarti

restituendo la Tua presenza e molto più del segno

 

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